Una voce coraggiosa e fuori dal coro si sta affermando nel panorama letterario italiano: è quella di Luisa Aliotta, classe 1993, docente di sostegno, italiano e storia all’istituto comprensivo Muzzone di Racconigi, dove vive da oltre un anno.
Con il suo romanzo d’esordio Che il libeccio faccia il mio gioco, ha conquistato il premio Mestre 2025, prestigioso riconoscimento dedicato alla narrativa contemporanea.
Originaria della provincia di Napoli e laureata in Filosofia e Storia all’Università Federico II, Aliotta ha scelto l’insegnamento per dialogare con le nuove generazioni, un’esperienza che ha ispirato la stesura della sua opera prima.
«In un’epoca che spesso premia la superficialità, spero che il mio lavoro possa diventare un piccolo faro per i giovani – racconta l’autrice –. Desidero invitarli a riscoprire il valore della cultura, della parola scritta come forma di resistenza all’omologazione e all’isolamento digitale, e della letteratura quale strumento di conoscenza e crescita personale».
Sfogliando le 196 pagine fresche di pubblicazione, emerge un argomento molto sentito: la rappresentazione della femminilità.
«Oggi l’immagine della donna sembra confinata in tre ruoli principali: madre, oggetto del desiderio e simbolo di vulnerabilità – sottolinea Aliotta –. Mi sono chiesta se, rinunciando a questi stereotipi, al bisogno di esporsi o di essere sempre al centro dell’attenzione, ci si senta meno autentiche. Nel romanzo ho cercato di esplorare un modo diverso di essere sé stesse, senza scadere nella provocazione».
Protagonista della storia è la bohémien Ludovica De Broca, direttrice di biblioteca e scrittrice di scarso successo, che incarna il conflitto tra vita reale e dimensione interiore, trovando nel suo “mondo di carta” l’unico spazio in cui l’amore, la bellezza e l’identità possano davvero esistere. Per dare forma ai suoi pensieri e ritrovare l’ispirazione, decide a un certo punto di ritirarsi tra le Alpi piemontesi, in cerca di senso e nuovi stimoli.
La sua quotidianità cambia quando incontra una giovane guardia forestale sordomuta, figura chiave nel suo percorso di consapevolezza. Una relazione che invita il lettore a riflettere sul potere salvifico del linguaggio e sul bisogno urgente di autenticità.
Con una trama intensa e delicata, punteggiata di riferimenti colti – da Pavese a Pessoa – e rivolta soprattutto a un pubblico di giovani adulti, il libro affronta filoni universali come l’incomunicabilità, l’amore, la fragilità, il disagio e la disabilità. Lo fa senza moralismi, preferendo sollevare interrogativi anziché offrire risposte preconfezionate.
«Tutto è nato dal contatto quotidiano con gli studenti, sempre più soli, ingabbiati nei linguaggi chiusi dei social – spiega ancora l’autrice -. Ho cercato un intreccio narrativo che potesse toccare questi aspetti senza giudicare, ma offrendo possibilità e alternative. È anche un’occasione per omaggiare il mio mestiere, la scuola, i ragazzi che ogni giorno mi insegnano qualcosa».
Non è la prima volta che Aliotta si distingue nel panorama culturale: in passato si è aggiudicata diversi riconoscimenti, tra cui due primi posti al concorso “Versi e Non Versi” (2024) con l’articolo “Come nasce un insegnante di materie umanistiche” e al premio di poesia Amalia Vilotta (2021), oltre a un secondo posto al premio Hombres di giornalismo (2023). Cura inoltre il blog La donna che guarda, una sorta di “diario digitale” dedicato a riflessioni su letteratura, filosofia e società.
Che il libeccio faccia il mio gioco, edito da Mazzanti Libri, è disponibile in formato e-book e in versione cartacea, distribuito nelle principali librerie italiane. Sono previste presentazioni ufficiali a Venezia, Roma, Torino e anche a Racconigi, con un incontro in programma a ottobre nella biblioteca civica.
«La scrittura è il mio modo per entrare in relazione col mondo – conclude l’autrice – e mi auguro che questo romanzo possa accendere una scintilla per riportare la parola, e la cultura, al centro del nostro vivere comune».



