Torino-Wolverhampton: andata (e ritorno)

Un mese all’estero non apre le porte della conoscenza sul mondo, ma certamente di permette di capire molte cose, o almeno, ti aiuta ad averne una visione di insieme.

Scrivere questo articolo, al mio ritorno da un’esperienza di un mese di studio in un’università inglese, mi mette in una certa difficoltà. Parlare solo delle differenze che dividono l’Italia dall’Inghilterra è oggi scontato e riduttivo, perciò ho deciso di soffermarmi sulle somiglianze che ho potuto scoprire tra i nostri due paesi.

La destinazione del mio viaggio in Inghilterra non è stata la patinata Londra, bensì una città di circa trecentomila abitanti del West Midlands, Wolverhampton. Il West Midlands corrisponde alla zona nord-ovest dell’Inghilterra, un’area non molto famosa, ma che racchiude centri popolati come Birmingham, la seconda città inglese per popolazione.

Ciò che molti non sanno è che proprio da queste zone è partita quella grande esplosione che avrebbe portato allo sviluppo della prima Rivoluzione industriale: quest’area in particolare, che comprende città come Dudley e Wolverhampton, mia città d’adozione, viene denominata “Black Country”, proprio in ricordo delle ci10815741_10204384262360342_1249283755_nminiere nere che improvvisamente avevano cominciato a coprire i cieli delle verdi campagne inglesi. Ciminiere che oggi sono spente, lasciando i ruderi di un passato industriale che ha chiuso i battenti, ma che stenta a staccare la sua etichetta da queste zone. Un po’ come Torino, capoluogo piemontese diventato fucina di fabbriche negli anni d’oro della Fiat, oggi piena di capannoni vuoti e in disuso.

Forse per le somiglianze che avvicinano queste due città, l’Università degli studi di Torino ha instaurato un rapporto di amicizia con l’Università di Wolverhampton, legame che dura ormai da più di quindici anni, portando numerosi studenti piemontesi a confrontarsi con la realtà inglese.

Wolverhampton, un tempo famosa per la squadra calcistica dei Wolves, è oggi viva grazie al polo universitario, vero cuore pulsante della città: grazie al gran numero di corsi di studio presenti, la città è diventata infatti un centro di attrazione per studenti provenienti da tutto il mondo. A lezione puoi sederti di fianco a studenti in Erasmus spagnoli e francesi, chiacchierare con giovani provenienti dalla Cina e dalla Repubblica Ceca, discutere con figli di immigrati dall’India e dal Pakistan: ragazzi con un lungo viaggio alle spalle e coraggio da vendere, pronti a mettersi in gioco in un contesto culturale completamente diverso dal loro. Parlando con questi studenti non potevo che provare ammirazione e curiosità per le loro storie. Anche a Torino oggi si respira un’aria più internazionale, grazie agli scambi con l’estero promossi dall’Università degli studi e dal Politecnico, che hanno fatto rifiorire la città.wolverhampton1

Tuttavia, guardandosi intorno, sentir parlare italiano in quell’angolo del Regno Unito non è così difficile: c’è infatti una nutrita comunità italiana che si è stabilita a Birmingham e dintorni. Alcuni sono studenti che approfondiscono i loro studi universitari in Inghilterra, numerosi sono invece i laureati che si trasferiscono attratti da concrete opportunità lavorative, che invece non gli vengono offerte in Italia.

Nel titolo di questo articolo ho però voluto includere una parola che per me è molto importante: ritorno. Perché se ci vuole tanto coraggio per partire dall’Italia, altrettanto ne serve per tornare, soprattutto in questo momento storico.

Ritorno non significa rinunciare ai proprio sogni o avere nostalgia di casa, benché quest’ultima sia legittima e diffusa (soprattutto tra noi italiani). Ritorno significa credere che valga la pena provarci. Ritorno significa che se tutti i cervelli vanno in fuga, di cervelli sani ne rimarranno pochi. Ritorno significa mettersi in gioco, tirare fuori tutte le proprie capacità, anche tentando la sorte. Il ritorno in Italia può comportare delusioni, ma non il rimorso di non averci neanche provato.

Dopo questa breve riflessione, voglio raccontarvi un episodio a cui ho assistito. Alla fine di una delle lezioni, parlando con una professoressa inglese vissuta per molti anni in Italia, non ho potuto che sorridere alle sue parole: << Voi italiani pensate che all’estero tutti pensino male di voi, quando invece voi possedete una grande storia, cultura, arte…dovreste credere di più in voi stessi!>>.

Banalmente, ma il vittimismo di cui soffriamo oggi è proprio questo: finché non riusciremo a uscire dal tunnel dell’inferiorità in cui siamo caduti anche la ripresa sarà impossibile. E forse viaggiare permetterà alle nuove generazioni di rivedere il nostro paese sotto una luce diversa.

 

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Alessandra Cursio

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