Liberté, ègalité, cliché, la società dei consumi e il pensiero unico dominante

“Siamo abitatori di un totalitarismo perfettamente realizzato, il più subdolo e ingannevole: infatti, illude i suoi sudditi di essere liberi”. Sono parole che fanno riflettere quelle che appaiono sulla pagina facebook del giovane filosofo torinese Diego Fusaro. Frasi che possono sembrare scomode ma terribilmente vere. La società odierna marcia principalmente su questo, sul controllo evidente ma non dichiarato della popolazione. L’ascesa iperbolica della tecnologia e dei mezzi di comunicazione sono gli strumenti perfetti per realizzare tutto questo e Fusaro ironicamente si chiede: “quale totalitarismo, rosso o nero, sarebbe riuscito a piazzare nelle tasche dei suoi sudditi un telefono cellulare? quale sarebbe riuscito a schedare tutti i suoi sudditi, come accade oggi con Facebook e Twitter?”. Il termine “sudditi” non è usato a caso, rende bene l’idea di schiavitù, di obbligo e di costrizione nelle scelte da affrontare.

In tanti anni di storia, la società è dovuta sottostare a durissime forme di governo, dal totalitarismo stalinista al nazismo di Hitler, ha visto passare due guerre e numerose rivoluzioni ma forse la “gabbia d’acciaio” che influenza i nostri pensieri, in cui ci troviamo oggi, è la peggiore tra tutte. In ogni momento della giornata siamo spiati sui social network. Chiunque, in ogni angolo della Terra, può sapere esattamente cosa stiamo facendo, in che posizione ci troviamo, come ci sentiamo; e pensare che siamo noi stessi a postare foto e stati, a condividere il nostro io con il resto del mondo perché sembra ci faccia stare meglio. In realtà, tutto ciò fa sì che i nostri pensieri vengano usati dai media e dal mercato per controllare, impostare e “appiattire” le nostre menti. Non esistono più i sogni. E’ meglio spendere mille euro per uno smartphone di ultima generazione piuttosto che fare un viaggio alla scoperta di tradizioni per noi nuove per arricchirci e ampliare i nostri orizzonti troppo chiusi. E lo facciamo solo per non essere diversi, per essere accettati dagli amici, perché ce l’hanno tutti. Crediamo che sia necessario, che non ci sia alternativa. Ma continuando così diventeremo sempre più prigionieri di un consumismo che ci rovina lentamente. Come dice Pirandello, un uomo è come la lava di un vulcano: finché è incandescente incendia tutto ciò che gli sta intorno con la propria energia, con la propria vitalità; ma quando si solidifica e inizia a prendere forma, può considerarsi morto. Così siamo noi, quando iniziamo a non essere più noi stessi per seguire canoni stereotipati che la società ci impone. Giovanni Macchia lo spiega bene nel saggio “Pirandello o la stanza della tortura”. Siamo controllati, condizionati e influenzati continuamente. La rete a primo impatto rievoca l’immagine del collegamento, ma può anche essere interpretata come costrizione, cattura e oppressione. Pensiamo di essere liberi ma in realtà non lo siamo, basti pensare a quelle persone che fanno la fila per comprare il nuovo iPhone appena uscito o a chi segue costantemente le mode, preferendo la propria immagine alla personalità. Schiavi delle strategie di marketing e ignoranti sul concetto di “obsolescenza programmata”, che è il fulcro del rinnovamento sempre più rapido dei prodotti sul mercato. Ormai è scontato avere un telefono, è raro che qualcuno non sia iscritto a un social network- Queste sono scelte apparentemente libere, però come dice Theodor Adorno “la libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”. Riprendendo Fusaro, la metafora pare perfetta nel descrivere un concetto quasi paradossale: “è una gabbia d’acciaio in cui puoi fare tutto ciò che vuoi, fuorchè pensare a una società diversa e batterti per la sua realizzazione”. Siamo parte di un “gregge omologato” e dobbiamo uscirne al più presto. Gregge, altra parola chiave; la società odierna si è standardizzata, sta raggiungendo un’unica identità collettiva, e pur di non rimanerne escluse, le persone sono disposte ad adeguarsi. Alla classe politica questo atteggiamento fa molto comodo, perché gli individui rimangono chiusi comodamente nella propria bolla di vetro, proprio come se fossero i prigionieri della caverna di Platone o i tanti Sigismondo nella torre di Calderon de la Barca, o ancora marionette e ignari protagonisti di un eterno Truman Show.

Forse è utopia, ma sarebbe bello creare una società non uniformata, dove le persone si differenziassero le une dalle altre “prendendo le distanze dal pensiero unico che non ammette sfumature”, per citare la sociologa Maria Luisa Petruccelli. Sarebbe bello combattere questo spleen che come un tarlo si insedia negli animi, alzando una volta per tutte il coperchio che soffoca le nostre idee. La conclusione è amara, perché ora come ora ci tocca ribadire il concetto di “libertà apparente”, che è quello predominante nell’odierna società dei consumi. Chiudiamo con le parole del rapper Marracash: “Non c’è schiavo più grande di chi pensa di essere libero”.

Elisa Chiappero e Andrea Papa

classe V B – Baldessano Roccati, Istituto Tecnico Economico

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