Se mi lasci non vale – l’Europa dopo la Brexit

CatturaSì, è successo. Quello che tutti temevano, ma che nessuno si sarebbe mai aspettato, si è realizzato.

Ieri, 23 giugno 2016, il 51,9% dei cittadini inglesi si è recato alle urne per dire “Bye bye” all’Unione Europea e tornare nello “Splendido isolamento” che per secoli ha caratterizzato la loro isola.

La scelta inglese ha spiazzato l’Europa e il mondo. Da subito si è messo in atto un effetto domino che ha gettato il Regno Unito nel caos: le borse sono crollate, la sterlina si è deprezzata, il premier inglese Cameron si è dimesso. Mentre il partito di nazionalista ed euroscettico Ukip di Nigel Farage, uno dei promotori del referendum, festeggia per le strade di Londra, i partiti nazionalisti di tutta Europa, a partire dal Front National della Le Pen, invocano a gran voce un referendum simile a quello inglese per uscire dalla “gabbia” europea.

Gran peso nella decisione inglese ha avuto la questione immigrazione: oltre alla gestione dei flussi migratori in arrivo dal Mediterraneo, gli inglesi sono stanchi dei giovani italiani, spagnoli, francesi, accusati di “rubargli il lavoro”. Inoltre i sostenitori del Leave ritengono che la burocrazia europea costi troppo per il Regno Unito, contributore netto dell’Unione.

Il referendum ha letteralmente spaccato in due il Regno Unitopubchart, dal punto di vista geografico e generazionale. La Scozia (già protagonista di un referendum l’anno scorso sulla permanenza nel Regno Unito- “Se mi lasci non vale”- a.k.a. cronache da un’Europa in frantumi) e l’Irlanda del Nord, insieme alle grandi città come Londra, hanno votato per il Remain e ora invocano un nuovo referendum per rimanere nell’Unione Europea. Anche i giovani e i laureati si sono schierati a favore della permanenza in Europa, segnando un profondo gap con la generazione degli inglesi dai 50 anni in su.

Forse però, in mezzo a questo dibattito, stiamo perdendo di vista qualcosa. Qualcosa che conta 28 (sorry, meglio aggiornare i dati) Paesi, 508 milioni di abitanti e ci sono volute giusto due guerre mondiali per capirne l’importanza: sì, sto parlando dell’Unione Europea.

Non è mia intenzione passare per la buonista sostenitrice dell’Unione Europea ad ogni costo. L’Europa ha dei difetti, un deficit democratico da risolvere e si è fatta conoscere più per le politiche di austerity e per la troika che per il vero obiettivo che perseguiva: l’Unione dei Paesi europei sotto un’unica bandiera, uniti nella loro diversità culturale e linguistica, ma figli di una storia comune e pronti a diventare un attore di peso dell’assetto geopolitico internazionale.

Un primo passo per curare i propri difetti è riconoscerli. Tuttavia, ci sono due modi per rispondere alla crisi internazionale che stiamo vivendo: il passato o il futuro.

Chi ha votato per il Leave ha creduto in un passato idilliaco che non tornerà mai indietro. Un passato in cui non ci si ricorda più di quanto risultasse appetibile negli anni ’60 il Mercato Comune europeo e che fa finta di dimenticare di quando, nel 1961, il primo ministro inglese Harold Macmillan chiese l’ingresso del Regno nella Comunità Europea, richiesta respinta per 12 anni dalla Francia di De Gaulle.

Chi ha votato Leave è troppo proiettato nel passato per riconoscere che ha rubato ai propri figli la scelta di decidere il proprio futuro, costringendoli negli anni a venire a sopportare il peso di una scelta non loro.

Forse però, proprio da questa sconfitta, l’Europa potrà trarne una spinta per cambiare rotta. A chi mi risponde che la soluzione all’instabilità economica e politica di questi anni è lasciare l’Europa, io replico: la soluzione è un’Unione ancora più forte, ancora più unita, da cambiare insieme. Un’Unione che non sia solo moneta unica, ma unione fiscale e, prima di tutto, un’Unione politica, che faccia riscoprire i valori che ci tengono insieme. Chiamatemi idealista.

86X0L7IP6256-kwj-U1080472169817CLE-1024x576@LaStampa.itIl Regno Unito ha fatto la sua scelta. Quello che più deve preoccupare l’Unione Europea è che, in questo momento, se si votasse per un simile referendum in un qualsiasi Paese europeo, probabilmente il risultato non sarebbe diverso da quello inglese. Il Regno Unito ha fatto un salto nel buio e si prepara a un futuro economico incerto e di instabilità politica interna, che certo non somiglierà a quell’idillio che i nostalgici vedevano nel passato.

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