La leggenda di Gigi Meroni, la Farfalla Granata

15 Ottobre 2014, Torino

E’ una bella giornata, e il sole splende alto nel cielo, illuminando il flusso di macchine che percorre senza fretta corso Re Umberto. In un tavolino di un bar che si affaccia sul controviale è seduto un bambino con il nonno, il quale si gode la leggera brezza mattutina e un buon caffè caldo, prima che cominci la giornata. Il bambino osserva con innocenza il traffico che scorre lento sulla strada, ma ad un certo punto la sua attenzione è attirata da un passante che si ferma nel passaggio pedonale che divide il viale dal controviale, all’altezza di un piccolo monumento. Il passante deposita un mazzo di fiori accanto al monumento, e resta immobile per qualche secondo, assorto nei suoi pensieri. Poi prosegue per la sua strada, con un’aria malinconica e un leggero sorriso disegnato sul volto. Nei minuti successivi il rito si ripete e altri passanti, di tutte le età, chi da solo chi insieme alla famiglia o ad un amico, depositano un fiore ai piedi del piccolo santuario.Il bambino, incuriosito, chiede al nonno quale sia il motivo di tale affascinante processione. E per quale motivo anche lui, appena prima di andare al bar, avesse comprato un mazzo di fiori, ora adagiato sul tavolo.

Il nonno si gira verso il nipote, e con la stessa espressione malinconica dei passanti, e con lo stesso sorriso appena accennato sul volto, risponde al nipote che quello è il santuario di Gigi Meroni, la Farfalla Granata.

 

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Luigi Meroni, conosciuto da tutti come “Gigi”, nacque a Como il 24 febbraio del 1943, da una famiglia modesta. Rimase orfano del padre all’età di due anni, e la madre Rosa, di professione tessitrice, aveva difficoltà economiche nell’allevare i tre figli. Da giovane Gigi, per guadagnare qualche soldo, cominciò a lavorare come disegnatore di indumenti, in particolare di cravatte.

Questa passione per la moda lo seguirà per tutta la vita, ma il vero talento di Gigi era un altro: sui campi da calcio infatti, grazie alla sua velocità e alla fantasia, faceva impazzire tutti gli appassionati. In particolare tra questi lo notò Benjamín Santos, allora allenatore del Genoa, che lo prelevò dal Como e lo fece esordire in serie A ad appena diciott’anni.

La città di Genova accolse il giovane talento a braccia aperte, e ci mise poco ad innamorarsi di quell’ala che sulla fascia destra faceva magie. Nel biennio trascorso all’ombra della Lanterna Gigi fece grandi cose, e cominciò a farsi conoscere anche al di fuori del campo, grazie alla sua personalità eccentrica e artistica. Sullo scenario di un’Italia bigotta e conformista, Gigi sfoggiava un taglio di capelli simile a quello dei Beatles, un’altra delle sue grandi passioni, vestiva abiti bizzarri da lui stesso disegnati, e girava per le strade della città con al guinzaglio una gallina, divertendosi a guardare le espressioni incredule dei passanti.

Grazie al suo talento calcistico e alla sua personalità esuberante, quando nel 1964 venne acquistato dal Torino per una cifra record (300 milioni di lire), fu amore a prima vista tra lui e i tifosi del Toro.

A Torino portò la sua classe ed il suo talento, ma anche la sua ragazza, Cristiana , conosciuta ad un luna park a Genova. L’amore per questa ragazza giovane ed affascinante segnerà profondamente la vita di Meroni. Il loro non era un amore semplice. Infatti Cristiana era sposata con un regista, un matrimonio forzato dalla famiglia e mai condiviso da lei, che dovette sfidare i severi costumi dell’epoca per restare accanto al suo amato Gigi. I due andarono a vivere in una mansarda in Piazza Vittorio, e su Meroni cominciarono a piovere diverse critiche per il suo stile di vita. Ma a lui questo non interessava, le sue idee e le sue passioni erano ben più grandi della falsa morale della società borghese degli anni ’60, una morale che Gigi non condivideva e alla quale non si adattava.

gigiE proprio la difesa delle proprie idee e della propria identità portò il numero 7 granata ad un profondo conflitto con l’allora commissario tecnico della nazionale, Edmondo Fabbri, uomo austero e tutto d’un pezzo, il quale non approvava l’eccentrico stile di vita della Farfalla Granata, e gli impose di tagliarsi i capelli; in caso contrario, non avrebbe messo piede in campo con la maglia azzurra.

Eppure Gigi non vedeva il motivo per cui avrebbe dovuto cambiare il proprio look, e decise di non sottomettersi agli ordini del mister, come non si era mai sottomesso alle regole della società borghese. Così ai Mondiali del 1966, durante la partita decisiva contro la Corea del Nord, Meroni rimase in panchina per 90 minuti.

Risultato: Italia 0 Corea del Nord 1. Italia eliminata.

Al ritorno in Italia da quella spedizione fallimentare, all’aeroporto di Genova, città che amava ancora Gigi, Fabbri fu accolto dagli insulti e dagli oggetti lanciati da una folla scatenata ed inviperita. Non gli avevano perdonato di aver lasciato in panchina il loro beniamino.

 

L’Italia non era pronta a quell’ondata di novità e di freschezza che aveva portato Gigi, non solo sui campi da calcio, ma soprattutto al di fuori. Le sue idee e il suo stile di vita erano troppo avanti per una nazione abituata a guardare indietro. E l’Italia accusò il colpo.

Ma la vita va avanti, e Gigi era troppo grande per lasciarsi divorare dai rimpianti e dalla mancata occasione. Continuò a fare ciò che aveva sempre fatto, a vivere la sua storia d’amore con Cristina, a dipingere quadri nella sua mansarda nel centro di Torino, ma soprattutto ad emozionare il pubblico di fede granata con le sue giocate folli e al limite dell’impossibile.

 

Fino a quella maledetta domenica.

 

15 ottobre 1967, Torino

 Allo Stadio Comunale di Torino, il Toro affronta la Sampdoria. Come al solito Meroni sfodera una grande prestazione, e anche grazie ad un paio di suoi assist ben sfruttati da Nestor Combin, attaccante titolare granata e grande amico di Gigi, il Toro batte con il risultato di 4-2 la Samp. L’euforia dei giocatori e dei tifosi granata è alle stelle, e la Farfalla Granata ha cominciato nel migliore dei modi la sua quarta stagione con la maglia del Toro. Il pensiero di tutti è già proiettato alla domenica successiva, quando avrà luogo il derby contro la Juventus. L’entusiasmo è così acceso che l’allenatore del Torino permette ai proprio giocatori di uscire prima dal ritiro post-partita, così da poter passare più tempo con le famiglie. Gigi saluta il suo amico Combin, predicendogli che la domenica successiva segnerà 3 reti nel derby; poi si allontana con Poletti, altro suo amico e compagno di squadra. Si dirige verso un ristorante, oltre corso Re Umberto, per telefonare a Cristiana e dirle di raggiungerlo a casa, perché lui è senza chiavi.

Mentre attraversa il viale il semaforo diventa verde, e le macchine cominciano a partire. Lui allora arretra, ma viene colpito da una macchina che proviene dalla parte opposta della strada.

I tentativi di soccorso non servono a nulla. La Farfalla Granata non vola più.

 

La domenica successiva, al cospetto di uno stadio colmo e straziato, in un clima di silenzio surreale, va in onda il 109esimo derby della Mole. Al quindicesimo della ripresa Nestor Combin segna la sua terza rete, e rivolge lo sguardo al cielo, commosso. Una lacrima gli scorre sul viso, mentre pensa al suo amico Gigi, che gliel’aveva predetta, quella tripletta.

Il Toro gioca quel derby con una rabbia agonistica devastante, come se dovesse in qualche modo vendicare la morte di Gigi. Il risultato è netto,  4-0 per i granata. Eppure nello sguardo dei giocatori e dei tifosi non c’è felicità, ma solo un forte dolore per la perdita di un compagno, un amico, un idolo, ma soprattutto un grande uomo.

E i tifosi del Toro non hanno mai dimenticato la Farfalla Granata. Ogni 15 ottobre infatti, portano dei fiori accanto al monumento dedicato al giocatore in corso Re Umberto, dove perse la vita troppo presto, una maledetta domenica di 47 anni fa.

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