Oggi forse anche Beethoven potrebbe sentire.

“[…] Mi debbo mettere vicinissimo all’orchestra per comprendere ciò che l’attore dice e […] i suoni acuti degli strumenti e delle voci, se sto un po’ lontano, non li sento affatto. […] Inoltre, taldownloadvolta odo a mala pena chi parla piano. Odo i suoni ma non distinguo le parole; mentre, invece, appena uno grida mi è addirittura impossibile sopportarlo”: così lo stesso Beethoven descrive la sua condizione in una lettera del 1801 all’amico Franz Gerhard Wegeler.

Come molti sicuramente sapranno, il grande compositore sviluppò nel corso della vita una forma di sordità gravemente invalidante, che lo rese completamente sordo negli ultimi anni ed ebbe notevoli ripercussioni sulla sua capacità di interagire e relazionarsi con le persone, facendolo anche cadere per un certo periodo in depressione. Chiunque può percepire un senso di profondo disagio da queste parole, ma esse rappresentano anche un’accurata descrizione sintomatologica, che quindi ci permette di identificare il disturbo di Beethoven abbastanza agevolmente: potrebbe trattarsi di “ipoacusia neurosensoriale”, caratterizzata appunto da perdita di sensibilità ai suoni più acuti e difficoltà nella comprensione di quelli più bassi, che spesso risultano confusi.

Si tratta di un tipo di sordità nella quale non sono danneggiate le strutture più esterne dell’orecchio, come timpano, catena degli ossicini ecc, bensì quelle più interne e in particolare la chiocciola. A questo livello le onde sonore dovrebbero essere percepite da alcune cellule sensoriali specializzate e convertite in impulsi elettrici diretti verso il cervello, ma, per svariati motivi (mutazioni genetiche, infezioni, esposizione a sostanze tossiche, traumi) questo meccanismo può smettere di funzionare correttamente. In questi soggetti quindi, essendo deficitaria la capacità di percepire il suono, e non quella di trasmetterlo fino ai recettori, è facilmente intuibile come un normale apparecchio acustico spesso non possa essschema_impianto-cocleare_settataere risolutivo, visto che, in fin dei conti, si tratta soltanto di un piccolo amplificatore.

Per tentare di migliorare la percezione sonora in queste persone, oggi sono stati messi a punto dei nuovi dispositivi detti “impianti cocleari”: essenzialmente sono costituiti da diversi elettrodi, sensibili a differenti frequenze, che vengono impiantati nella chiocciola e qui vanno a stimolare direttamente i neuroni del nervo acustico, prendendo il posto delle cellule sensoriali mal funzionanti. Chiaramente il sistema non è ancora preciso e se2015-06-23_12h39_21nsibile quanto l’orecchio stesso, in quanto non permette di cogliere piccole differenze di frequenza e non tutti i soggetti rispondono nello stesso modo, ma di certo permette di migliorare la qualità di vita dei pazienti, e probabilmente avrebbe aiutato anche il maestro Beethoven.

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