L’Homo Sapiens ai tempi di Sky

Carl Linnaeus, nella sua mastodontica opera “Systema Naturae”, classificò la specie umana come Homo sapiens. Homo, perchè fondamentalmente ogni cultura, persino quella scientifica della nomenclatura binomiale, ha tendenze misogine e sapiens, perchè si pensa essere dotata di capacità di analisi e sintesi cognitive superiori al nudo e crudo istinto di sopravvivenza (fornendoci la Storia, numerosissimi esempi illustri di inteligenza umana, questo assunto ha, almeno, una valenza statistica).

Ciò che rende “sapiens” l’uomo è di base la sua capacità simbolica, il suo poter elaborare un’idea e formularla attraverso un linguaggio concettuale, poichè la suddetta si concretizza nella possibilità stessa di comunicarla mediante un’articolazione di suoni e segni significanti.

Il linguaggio non è solo uno strumento della comunicazione ma anche e soprattutto del pensiero.

Inizialmente esisteva la sola trasmissione orale ma ad un certo punto le civiltà svilupparono la scrittura, compiendo così un salto, che neanche Andrew Howe in iperglicemia da Kinder Bueno. Per molto tempo la lettura e la scrittura rimasero tuttavia retaggio di pochi fortunati e solo con l’invenzione della stampa si potè cominciare a parlare di moltiplicazione del sapere. E’ vero che la Bibbia stampata da Gutenberg ebbe una tiratura (per noi, oggi, risibile) di 200 copie ma quelle 200 copie erano ristampabili e quindi la trasmissione scritta della cultura diventava potenzialmente accessibile a tutti.

Il progresso della riproduzione a stampa fu lento ma costante e, nel contempo, dalla metà dell’Ottocento, cominciava un nuovo e diverso ciclo di avanzamenti tecnologici. L’invenzione del telegrafo prima e del telefono dopo, annullò le distanze: cominciava l’era delle comunicazioni immediate. La radio, sucessivamente, aggiunse

televisioneun nuovo elemento: una voce facile da diffondere, in tutte le case.La radio fu il primo diffusore vocale di comunicazioni, ma “un diffusore che non intacca la natura simbolica dell’uomo”, come tiene a precisare il politologo Giovanni Sartori nel suo libro “Homo videns. Televisione e post-pensiero”. Egli inoltre aggiunge: “La rottura avviene, alla metà del nostro secolo, con la televisione [..] Nella televisione il vedere prevede sul parlare, nel senso che la voce in campo, o di un parlante, è secondaria, sia in funzione dell’immagine, commenta l’immagine. Ne consegue che il telespettatore è più un animale vedente che non un animale simbolico. Per lui le cose raffigurate in immagini contano e pesano più delle cose dette in parole. E questo è un radicale rovesciamento di direzione, perché mentre la capacità simbolica distanzia l’homo sapiens dall’animale, il vedere lo ravvicina alle sue capacità ancestrali, al genere di cui l’homo sapiens è specie.”

Che sia dunque molto più di un allarmismo ignorante, l’accusa nei confronti della televisione di imbruttirci, renderci bruti, renderci bestie?

 

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