Dottore, che sintomi ha la felicità? – Clownterapia (..anche a Carmagnola!)

Primo giorno di inverno. È tutto un fracasso di lucine di natale e nebbia a chilometri cubi. D’un tratto un boato. Un’esplosione. S’è fulminata una lampadina? La scintilla si è diffusa attraverso le millemila particelle liquide e/o solide di aerosol atmosferico, determinando un’inversione apocalittica del campo magnetico terrestre? Bussole in mano, non si è verificato nulla di tutto questo. Semplicemente, c’è qualcuno che ride. E qualcun’altro con il naso rosso (molto natalizio). A Carmagnola.

Si dissipa allora un po’ la nebbia: la risata ha effetti felicemente positivi sulla salute delle persone! Nonostante non serva una (rubrica di) scienza per sapere che ridere faccia bene, vi sono veri e propri studi condotti dai dottori Michael Miller (Università del Maryland) e William Fry (Stanford University), che dimostrano il legame effettivo tra le risate e una sana funzione dei vasi sanguigni. Una spontanea sghignazzata, infatti, provoca il rilascio di beta endorfine da parte di una struttura del sistema nervoso, l’ipotalamo, che provocano la dilatazione del rivestimento interno dei vasi sanguigni, il tessuto endoteliale, aumentando il flusso sanguigno. Un vero toccasana per il nostro cuore e i suoi irrinunciabili accumuli di grasso, soprattutto se si soffre di pressione alta! Come se non bastasse, la risata porta anche alla riduzione dei valori ematici degli ormoni dello stress, come il cortisolo e l’adrenalina, implicati dell’aumento della glicemia (aspetto assai vantaggioso per l’homo, quando era ancora rhodesiensis, in quanto lo stress era di natura esclusivamente fisica, successivamente meno, perchè quando un sapiens è stressato, si fa un panino). Infine la risata aumenta il numero di cellule produttrici di anticorpi e ne migliora l’efficacia, creando un sistema immunitario più forte, allevia, anche se temporaneamente, il dolore fisico e riduce le infiammazioni. Tutto questo senza incorrere nel pericolo di qualche complotto delle case farmaceutiche!

basta

Scherzi a parte, in virtù di tutti questi benefici, c’è qualcuno che sceglie proprio la risata come strumento ed alleato per relazionarsi in contesti di forte disagio sociale o fisico: gli operatori del sorriso o, in uno stadio più professionalizzante, i clown dottori. Entrambi i nasi rossi operano negli ospedali, nelle case di riposo, nelle case famiglia, negli orfanotrofi, nei centri diurni, nei centri di accoglienza e, solitamente in coppia, si rapportano con tutte le persone che condividono l’ambiente d’intervento, sia che si trattino dei pazienti, dell’equipe medica, degli educatori o dei parenti, praticando l’allegria e l’esuberanza, sovvertendo le convenzioni, le formalità e il rigore proprie dell’ambiente.

Essi prendono in giro, ma più spesso si fanno prendere in giro, gonfiano buffi palloncini e si prestano a semplici numeri di magia, ad elogiare l’imperfezione in tutte le sue forme, creano situazioni di complicità, per ricordare alle persone l’importanza, nonchè la preziosità, della loro individualità.

In Italia ci sono molte realtà che si occupano di Clownterapia, tra cui, quella più vicina al contesto carmagnolese, la Croce Rossa: da circa sei mesi, due volontarie del comitato locale di Carmagnola hanno cominciato il tirocinio da operatrici del sorriso in una casa di riposo a San Damiano d’Asti, e stanno cominciando ora ad essere presenti nelle stutture della propria città.

In merito ai “fruitori”, il rappresentante della commissione nazionale per le attività di clowneria della Croce Rossa, Simone Pelissetti sostiene: “L’intervento del clown deve sempre essere calibrato sui feedback ricevuti dell’utenza”. Questo è quindi personalizzato, adattato di volta in volta, come a ricordare agli operatori, di cui il clown è la benevola caricatura, che la cura della malattia è soggetta a fallimento, a differenza della cura, o meglio, del prendersi cura, della persona, la quale non può che guadagnarne, in termini di dignità e qualità della vita.

Spesso si associa il concetto di “metafora della cura” all’attività di Clownterapia (soprattutto in ambito ospedaliero): esso consiste nel capovolgimento del ruolo del medico, per indurre i pazienti, grandi o piccini, ad esserne meno spaventati, rendendo orizzontale un rapporto che prima cadeva, come la mela di Newton, dall’alto verso il basso. Il concetto si inserisce in un discorso di più ampio respiro che mira al mantenimento dell’autostima e dell’autodeterminazione del paziente, valido anche in caso di rifiuto del clown. Sempre Simone dice infatti:”Anche un rifiuto, che è sempre possibile, non viene visto dal clown come un insuccesso, in virtù del fatto che quel rifiuto potrebbe rappresentare per l’utente una delle poche possibilità di decidere autonomamente se fruire o meno di un servizio”

Questo approccio intimo e autentico comincia a fiorire anche nel campo della medicina ufficiale: l’empatia è alla base del nuovo modello “ bio-psico-socio medico”, che va a rottamare il vecchio, nonchè talvolta arido, modello “biomedico”, e il concetto di salute assume colorazione più complesse della semplice definizione di “assenza di malattia”.

Nella speranza che la medicina possa continuare a progredire, oltre che nelle tecnologie, anche sul piano delle relazioni umane e in attesa che la nebbia svanisca totalmente… si scateni un temporale di risate!

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