La seconda legge secondo Muse

9 Agosto 2012 esce, sul canale Youtube dei Muse, la clip di un pezzo del loro nuovo album: Unsustainable. Vengo a contatto per la prima volta con il gruppo che, nella mia ignoranza, non avevo mai preso in considerazione, avendo già le orecchie intasate da Nirvana, Blink-182 e Oasis. Mio cugino, elettrizzato, mi fa poi vedere, o meglio sentire, Madness, il primo vero e proprio singolo estratto dall’album. E’ un colpo di fulmine. Un misto tra rock, elettronico, pop, con anche delle parvenze dubstep. Questo è The 2nd Law, uscito l’1 Ottobre 2012, firmato Bellamy e soci. Il sesto anello nella catena evolutiva dei Muse; una discografia mutevole, alle prese con continue sperimentazioni, dai suoni crudi e acidi di Origin of Symmetry, alle sinfonie più aperte di The Resistance o cupe di Black Holes and Revelations. E, a mio giudizio, il sesto è stato l’apice di quella che per ora è stata la carriera dei Muse, un disco composto da tracce dalle atmosfere più disparate, ma che, nel risultato finale, danno origine ad un’unica grande opera. L’album parte di cattiveria con la chitarra di Supremacy,dove si mischiano rock e musica sinfonica. La, ormai nota, acuta voce di Bellamy si innalza da un potente riff di chitarra distorta, per poi scemare in quello che è il pezzo simbolo di questo album: Madness. Un brano degno dei Depeche Mode, dove l’elemento caratteristico è, senza dubbio, la chitarra dall’effetto wobble tipico della dubstep. Un’atmosfera calma e languida, che, a parere di Chris Martin, cantante dei Coldplay, fa parte della miglior canzone mai composta dal gruppo britannico. Subito dopo partono in gran stile le trombette sintetiche di Panic Station, il pezzo che, senza dubbio, ha uno dei video più particolari, un misto tra nonsense e psichedelia. Simile a Madness si può considerare Follow Me, dove il comparto elletronico-dubstep regna, preceduto da un suono particolare nell’intro, che si scopre poi essere il battito cardiaco del figlio del cantante. Un brano energico, dettato dal ritmo della batteria elettronica supportata dai sintetizzatori distorti. Una particolarità dell’album è anche quella di contenere gli unici due pezzi della band composti dal bassista Chris Wolstenholme, Save Me e Liquid State, che parlano dei suoi problemi con l’alcolismo ed entrambi cantati da lui. Il primo è un pezzo etereo, caldo, che fa viaggiare la mente. Il secondo invece è più aggressivo, caratterizzato dal duetto iniziale chitarra-basso, che poi colma in nell’atmosfera cupa e quasi caotica del ritornello. L’album viene poi chiuso dalla sequenza Unsustainable-Isolated System i brani utilizzati di presentazione per il disco. La voce della giornalista degenera in quella fredda e metallica del robot, in un crescendo di tensione, che viene poi ripresa, anche se in chiave più calma, nel pezzo successivo. L’album è un viaggio che non conosce la monotonia, in grado di mutare di pezzo in pezzo pur mantenendo la sua identità sonora. Un’opera omnia della musica, accompagnata da un tour spettacolare, che riproduce fedelmente tutte le emozioni del disco originale. E proprio in questi giorni, sulla loro pagina Facebook, i Muse caricano giornalmente foto di loro alle prese con quelle che potrebbero sembrare le registrazioni di un loro nuovo album. Quindi non ci resta che aspettare, pregustando già la goduria di un possibile nuovo disco.

P.S.: quella figata di copertina rappresenta la mappa dei percorsi del cervello umano, “monitorando i circuiti delle nostre teste e come elaboriamo le informazioni con colori brillanti al neon”. Giusto per dire.

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