Razzismo musicale – Se non ti piace, non farci la guerra

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Vi è mai capitato di sentirvi dire “Bah, che musica brutta che ascolti!” (parafrasiamo, ovviamente) esattamente un istante dopo che lo stesso soggetto vi ha chiesto che canzone stavate ascoltando sul vostro iPod? Se la risposta è “no”, allora siete solo stati fortunati. In questo articolo infatti intendo trattare di una piaga che probabilmente esiste da quando l’uomo ha scoperto di poter emettere suoni in sequenza al fine di creare una melodia, ossia quello che può essere definito come “razzismo musicale”.
Il razzismo musicale è la tendenza di un individuo a porre i generi, gli artisti e le canzoni da lui ascoltati al di sopra di quelli altrui, definendo questi come “spazzatura” (stiamo sempre parafrasando). La maggior parte delle volte questa discriminazione è alimentata dall’incapacità di rispettare i gusti differenti dai propri, ma soprattutto da una ridotta cultura musicale.
Non bisogna confondere però il discriminare con il giudicare: esprimere il proprio parere su un musicista o un genere, e dire che non ci piace, non è vietato, tutt’altro, siamo un ancora un paese libero. Il problema sorge quando il modo di farlo risulta eccessivamente aggressivo e non tiene assolutamente conto dell’opinione dell’altro, specie se poi non si conosce il materiale che si sta ascoltando.
E’ errato pensare che questo comportamento sia caratteristico di una cerchia ristretta di persone, infatti, chiunque può essere un “razzista musicale”, anche tu che stai leggendo adesso.

Adesso vi racconterò una storiella buffa: qualche anno fa stavo scorrendo le foto di una pagina Facebook dove si elogiavano diversi musicisti appartenenti al mondo del rock; il nome dell’album fotografico era “I migliori batteristi del mondo”, e non si facevano distinzioni di genere, si andava dal Mike Portnoy dei Dream Theater (progressive metal) al Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers (funk rock). Ad un certo punto compare la foto di Trè Cool, nome d’arte di Frank Edwin Wright III, batterista della band californiana pop punk Green Day, di cui sono un grande estimatore ma che quando si tratta di discutere sul loro stile riesco a dare un parere piuttosto oggettivo. E vedo già i miei amici che ghignano. Leggo i commenti più che sicuro di trovare il classico “Io ne so di musica, sei tu che non ci capisci un -censura-”, ed eccolo lì: nome finto-americano, foto profilo con il bassista dei Pantera e l’arroganza che trasuda dallo schermo. Nel suo commento sosteneva che il suddetto batterista in parole povere non sapesse suonare. Infastidito da tutta questa tracotanza, gli feci notare che quel signore suonava la batteria da più di vent’anni, e che quindi era improbabile che fosse un incapace. Rispose che era un venduto come il resto della band e che facevano punk rock solo perché andava di moda. La risposta mi spiazza, non trovo il nesso. “Che c’entra il genere musicale e la popolarità con l’abilità del musicista?” chiesi; “I Green Day fanno punk rock perché va di moda, se andasse di moda il brutal metal loro farebbero quello”. A questo punto rido. Un risata tra l’incredulità e l’isteria. Un po’ come quando Prandelli fa entrare Cassano contro l’Uruguay, in inferiorità numerica e con la qualificazione agli ottavi del mondiale appesa a un filo, ecco, la risata più o meno è quella.

In seguito a questo episodio mi sono scontrato diverse volte con persone di orientamento musicale simili al precedente soggetto, e il pensiero è sempre lo stesso, cioè che se una band ha un vasto seguito e i componenti non eseguono dei virtuosismi con i loro strumenti, sono degli incapaci e dei venduti, dunque non degni di essere ascoltati, “spazzatura”.
Io sono dell’idea che non serva nulla di complicato per far sì che una canzone sia bella. Credo che bastino anche solo tre accordi di chitarra messi in fila, l’importante è che questi trasmettano qualcosa a chi li ascolta. Il mio intento è quello di spingere le persone ad andare oltre ai loro quattro o cinque artisti preferiti, di scoprire sonorità e generi nuovi e di ampliare la propria cultura musicale per aver un punto di vista meno superficiale. Non vi vergognate ad ascoltare una canzone dei One Direction se questa vi suscita un’emozione, e se qualcuno vi insulta dicendo che non ne capite niente di musica, sorridetegli e ignorate il prurito alle mani. Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. A voi.
Ma dai, l’ha detta Kant questa!

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