Venticinque anni dopo Berlino: i muri che non crollano

Molti vi hanno assistito in prima persona, i più giovani invece l’hanno studiata sui libri di scuola. Quest’anno tutti abbiamo ricordato la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989.
L’evento, seguito due anni più tardi dal crollo dell’Unione Sovietica, ha segnato l’inizio di una nuova fase storica, la globalizzazione. Il libero scambio pare aver aperto le porte ad un nuovo mondo privo di barriere, per lo meno in apparenza. Tuttavia ancora oggi possiamo contare (su molte più dita di quelle di una mano) i muri che esistono — e resistono — nel mondo, simbolo di divisioni il cui peso reale è di gran lunga superiore a quello del cemento utilizzato per costruirli.

mappa-muri_emb8Basta una mappa per mettere in discussione la visione di un mondo connesso che da dopo il 1989 sembrava farsi strada. Il documento realizzato nel 2011 dalla Chaire Raoul-Dandurand en études stratégiques et diplomatiques dell’Università del Québec a Montreal mostra che in realtà il numero di muri nel mondo è aumentato in modo vertiginoso proprio negli ultimi vent’anni.
Forse il più noto ed al centro dell’attenzione fra i cosiddetti muri della vergogna è la barriera di separazione in Cisgiordania. Costruita dagli israeliani a partire dalla primavera del 2002 a scopo di sicurezza, di fatto, oltre a dividere il popolo israeliano da quello palestinese, sottrae a quest’ultimo del territorio. La barriera, non a caso, fu dichiarata illegale nel 2004 dalla Corte internazionale di giustizia dell’Onu.
Rimanendo in Asia troviamo poi gli oltre 4000 chilometri di filo spinato utilizzati dall’India per circoscrivere ed isolare il territorio del Bangladesh o ancora il muro tra Corea del Nord e Corea del Sud che ha sostituito, a partire dal 1953, la linea di demarcazione lungo il 38° parallelo.
Nemmeno il nuovo continente è privo di barriere di separazione: acciaio, cemento e filo spinato segnano il confine tra Stati Uniti e Messico per impedire agli immigrati illegali di oltrepassare la frontiera statunitense. In un reportage del Guardian del 2013 viene presentato inoltre un interessante esempio brasiliano di “comunità murata”. A San Paolo infatti, il muro di Alphaville separa l’élite metropolitana da problemi sociali e criminalità del resto della città. Troviamo muri che separano concittadini anche in Europa: solo nella città di Belfast, Irlanda del Nord, oggi sono 99 a tenere distanti le comunità protestanti da quelle cattoliche.
VerjamelillaCeuta e Melilla sono due enclavi spagnole situate sulla costa settentrionale del Marocco. Le tecnologiche doppie barriere metalliche, alte tra i 4 ed i 6 metri, sono anche il simbolo della divisione sempre più marcata fra l’Africa e la “Fortezza Europa”. Fino agli anni 90 sia marocchini che spagnoli erano soliti muoversi da una parte all’altra di quei confini tanto da rendere quasi difficile distinguere dove finisse un paese e iniziasse l’altro. L’intensificarsi dei flussi migratori tuttavia ha favorito lo sviluppo di una barriera oggi provvista di sensori acustici e visivi, filo spinato e pattuglie di guardia armate, definita da Lorenzo Silva “un simbolo del fallimento dell’Europa, e della razza umana in generale”. Negli ultimi anni — in particolare nel 2005 — i tentativi di migrazione verso l’Europa sono stati oggetto di forti repressioni da parte delle forze di sicurezza marocchine e spagnole, causa della morte di parecchie persone.

Mauer-betlehem

L’edificazione di un muro coincide con la costruzione o il rafforzamento di identità da isolare e circoscrivere in un’area. Metafora di un irraggiungibile incontro, di uno scambio irrealizzabile, spesso crea ulteriori tensioni fra le parti che separa. Altre volte è il punto di partenza per imprese dalle tragiche svolte: sono 136 i tedeschi che persero la vita tentando di passare dall’altra parte del muro e quante sono invece le vittime dei muri moderni? Dividere significa anche controllare, imporre delle condizioni, ostacolare libertà e dialogo. Possibile che non esistano alternative?
Se vogliamo continuare a ricordare Berlino come il simbolo di divisioni che non dovrebbero più esistere qualcosa deve cambiare. E la notizia di pochi giorni fa riguardo all’inizio della caduta di un’altra barriera, questa volta non di cemento, che ha diviso Stati Uniti e Cuba per oltre cinquant’anni, fa filtrare uno spiraglio di luce dalla crepa nel muro che divide il mondo.

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/21/da-berlino-alla-palestina-quanti-muri-ancora-da-abbattere/785330/

http://www.theguardian.com/world/ng-interactive/2013/nov/walls#intro

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