La Libia mette alla prova il mondo

I disordini interni libici rischiano di causare una crisi internazionale. Oggi avrebbe dovuto tenersi in Marocco la ripresa dei dialoghi per giungere ad una riconciliazione tra le parti voluta dall’Onu. Il governo di Tobruk, riconosciuto internazionalmente, ha comunicato la sua assenza in quanto non vi sarebbero le condizioni adatte per un riavvicinamento. La Libia dunque sembra andare incontro ad una disgregazione definitiva, mentre alcuni analisti parlano già di dissoluzione. Ciò che è certo è che attualmente non ci si può riferire alla Libia come ad un’unità coesa. Il potere al suo interno è smembrato tra le fazioni in conflitto e di fatto non è in mano a nessuno.

NTC_fighters_claim_Bani_WalidNel 2011 la Nato contribuì allo scoppio della rivoluzione, che aveva lo scopo di rovesciare il governo di Mu’ammar Gheddafi, salito al potere quarantadue anni prima grazie ad un colpo di stato militare che pose fine alla monarchia. La sanguinosa primavera libica si concluse con l’uccisione del leader, alla quale seguirono scontri tra le milizie ribelli per la conquista del potere. Sono varie le possibili cause attribuite ai disordini attuali: un’insurrezione affiancata da un debole progetto politico, l’inadeguatezza delle istituzioni democratiche, la natura frammentata e tribale del paese. Una sensazione condivisa da alcuni è che in qualche modo la rivoluzione abbia fallito nelle sue conseguenze.

Nell’estate dello scorso anno si sono tenute le elezioni che hanno visto i partiti islamici sconfitti, i quali hanno reagito formando la coalizione Alba libica per contrapporsi al Parlamento eletto. Così Alba libica si è impadronita di Tripoli, sulla costa nordoccidentale del paese, mentre le nuove autorità si sono rifugiate ad est, nella città di Tobruk. L’operazione Karāma (dignità), lanciata dal generale Khalifa Haftar (nominato ieri capo dell’esercito libico), si schiera contro il governo di Tripoli con l’occidente e l’Egitto . Nonostante ad un livello macroscopico sembri che la competizione si limiti a queste due fazioni, in realtà vi sono ulteriori divisioni interne che rendono la situazione più complicata tanto da interpretare quanto da gestire. Senza dimenticare che il gruppo Stato islamico ha approfittato delle circostanze per espandere il proprio controllo: attualmente possiede avamposti nelle città di Sirte, Bengasi e Derna. Oltre all’amministrazione di nuovi territori, questi uomini mettono in atto attacchi terroristici, come è accaduto a Tripoli il 27 gennaio all’hotel Corinthia. È dunque comprensibile che anche il vicino Egitto si senta minacciato dall’espansione del gruppo jihadista. Infatti, l’uccisione dei 21 cristiani copti egiziani rapiti tra dicembre e gennaio, ha scatenato la rabbia del paese, che tra il 15 e il 16 febbraio ha lanciato raid aerei nella Libia orientale contro il gruppo Stato islamico.

Il generale Khalifa Haftar

Il generale Khalifa Haftar

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi vorrebbe l’approvazione da parte delle Nazioni Unite di una coalizione internazionale che intervenga in Libia. Tuttavia l’Onu continua a sostenere una risoluzione basata su un processo di dialogo del quale riconoscono l’importanza anche paesi come Stati Uniti, Italia, Regno Unito, Spagna, Francia e Germania. In ogni caso, come osserva il ricercatore Shashank Joshi, “è importante tenere separato il ruolo del gruppo Stato islamico in Libia dal più ampio contesto della guerra civile che imperversa nel paese. Non tutte le fazioni dell’opposizione libica sono jihadiste”.

Intanto, un video divulgato dal gruppo Stato islamico che annuncia la sua presenza “a sud di Roma” ha suscitato anche qualche allarmismo nel nostro paese. Così il presidente del Consiglio ha prima minacciato un’azione militare per poi smentire, sostenendo che sarebbe il caso di attendere una decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il ministro degli Esteri Gentiloni è comunque a favore di una soluzione diplomatica, e alla Camera ha precisato che “dire che siamo in prima linea contro il terrorismo non vuol dire essere alla ricerca di avventure militari”.

L’Italia si trova a fronteggiare altri due dilemmi. Il primo riguarda gli ingenti investimenti petroliferi in un paese che possiede le più grandi riserve del continente africano. La guerra civile libica ha infatti causato un rilevante calo della produzione di petrolio, che ha sempre rappresentato il suo punto di forza. Il secondo, che dovrebbe interessare piuttosto l’intera Unione europea, concerne la gestione dei flussi migratori, anche a fronte della sospensione dell’operazione Mare Nostrum che ha lasciato spazio al programma di controllo delle frontiere di Frontex. Le ultime centinaia di vittime che hanno trovato la morte in un mare sul quale viene esercitato un evidente diritto di proprietà rivelano che siamo ancora ben lontani da una soluzione e che anche una sola vita umana costituisce un prezzo che non deve essere pagato.

La crisi libica mette a seria prova l’intera comunità internazionale. Le Nazioni Unite dovranno dimostrare di essere in grado di fare rispettare i principi su cui si fondano continuando, nonostante le resistenze, a promuovere il dialogo. Si tratta di una grande opportunità per provare che la diplomazia è uno strumento efficace di risoluzione delle controversie. È un’occasione anche per l’Europa, che deve definire chiaramente le sue priorità e accettare una parte di responsabilità, perché “il flusso migratorio diminuirà solo quando finiranno i conflitti nel Mediterraneo. L’Europa non può fare molto per accelerare questo processo, ma può ridurne i costi in termini di vite umane”.

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone