Grecia, come si è arrivati al referendum

Alexis_Tsipras_in_Moscow_4A due giorni dal referendum greco il clima nell’eurozona è più che mai teso. I cittadini greci saranno chiamati alle urne domenica 5 luglio per esprimersi in favore o contro l’accordo del 25 giugno presentato da Commissione europea, Bce e Fmi all’Eurogruppo, che obbligherebbe la Grecia sulla via dell’austerità. Il Governo ellenico, inutile dirlo, è fermamente schierato a favore del “no”. Il Presidente Alexis Tsipras insiste che “dire no non significa dire no all’Europa” tantomeno un’uscita della Grecia dall’euro.
Per fare un po’ di chiarezza, cerchiamo allora di ripercorrere le principali tappe della crisi greca.

Autunno 2009. Poco dopo la vincita del partito socialista Pasok, il nuovo premier George Papandreou denuncia che i conti di stato sono stati truccati dai suoi predecessori per permettere al paese di entrare nell’euro. Il rapporto tra debito e prodotto interno lordo equivale al 12%: il doppio di quanto era stato annunciato. A dicembre Papandreou annuncia quindi il primo duro piano di risanamento, ovvero un ritorno al 9,4% di deficit entro il 2010. Come? Taglio alla spesa pubblica, aumento delle tasse e lotta all’evasione. In una parola: austerità. Vengono inoltre congelati i salari pubblici per l’anno a venire e aumentata l’età pensionabile.

2010. Le agenzie di rating (istituti che valutano l’affidabilità di un paese nel ripagare il proprio debito) iniziano a declassare la Grecia. I tassi d’interesse di conseguenza aumentano. È così che la crisi greca assume carattere internazionale. Si teme che la crisi del debito sovrano coinvolga gran parte dei paesi dell’eurozona. A maggio arrivano i primi aiuti: l’Unione Europea vara un pacchetto di salvataggio da 110 miliardi di euro; la Grecia si impegna in una “terapia shock” di 30 miliardi tra tasse e tagli alla spesa per tornare entro il 2012 al 2,8% di deficit. Iniziano le proteste ad Atene contro le politiche di austerità, mentre la Grecia riceve il suo primo prestito di salvataggio.

2012. L’anno precedente si sono susseguiti nuovi aiuti europei accompagnati da ulteriori tagli da parte del Governo greco. La crisi del debito sovrano diventa crisi sociale e politica. Mentre vengono lanciati nuovi piani di austerità, la disoccupazione dilaga ed il risentimento verso il Governo Papandreou si fa consistente. La Grecia sembra precipitare verso il fallimento, ovvero il momento in cui verrà dichiarata insolvente, incapace di ripagare il debito. Intanto si decide per un taglio del debito: i titoli di stato perdono il 50% del loro valore. A maggio il paese va alle urne e Syriza diventa il secondo partito. La sua linea è contro la troika (composta da Fmi, Bce e Commissione Europea), che rappresenta l’insieme dei creditori ufficiali, vista come il simbolo dell’austerità.

2014. Il 18 maggio il partito guidato da Alexis Tsipras vince le elezioni europee con il 26,6% dei voti. A ottobre il Pil greco torna a crescere per la prima volta dal 2009: il paese è fuori dalla recessione, sembra la fine di un incubo. A dicembre il Parlamento non riesce ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica; Samaras si dimette e si ritorna alle urne. Si teme nuovamente per la stabilità finanziaria della Grecia.

2015. A fine gennaio il popolo greco elegge alla guida del paese il partito di Tsipras, Syriza, che promette un duro negoziato con l’Ue. Tuttavia mesi di negoziati non faranno che aumentare gli attriti tra l’Ue ed il premier greco. Si teme la “Grexit”, l’uscita della Grecia dalla moneta unica, che infliggerebbe un duro colpo alle finanze europee, ma tuttavia alquanto improbabile poiché non è un’azione contemplata dai trattati. Il 27 giugno la Grecia rompe definitivamente le trattative con l’Unione Europea, sostenendo di non poter pagare la rata del prestito del Fmi in scadenza il 30 giugno. Tsipras comunica che saranno i cittadini a decidere se accettare o no le proposte del gruppo di Bruxelles (l’ex troika). Fino a domenica l’Europa rimarrà con il fiato sospeso. Tsipras fa sapere che “lunedì il governo greco si siederà di nuovo al tavolo dei negoziati con in mano delle condizioni migliori per il popolo greco. Mi prendo la piena responsabilità per trovare una soluzione rapida subito dopo il referendum.”

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