La responsabilità delle memorie

27 Gennaio giornata della memoria“. “E’ accaduto quindi può accadere ancora“. Queste sono le parole che hanno dato inizio alla giornata scolastica dei ragazzi delle scuole medie “Manzoni” di Carmagnola. Riportate su dei cartelloni anonimi appesi ai cancelli d’ingresso, riassumono il monito di una Storia collettiva, che oggi più che mai necessita di entrare dentro le aule, come a scongiurare il ritorno di quegli altri cartelli riportanti “vietato l’ingresso agli ebrei”.

Il 27 gennaio di 70 anni fa le truppe sovietiche dell’Armata Rossa liberavano il campo di concentramento di Auschwitz, rivelando compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazista. Oggi è nostro dovere ricordare le vittime dello sterminio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei e di quelle categorie ritenute “indesiderabili”, che causò circa 15 milioni di morti in pochi anni. Ma in che senso ricordare?

Ricordare non significa solo tener a mente le vicende storiche con annesse coordinate spazio-temporali. Non significa nemmeno semplicemente dispiacersi e inorridire per ciò che è accaduto. Il ricordo va molto oltre al fiore ai piedi di una stele commemorativa. Un ricordo non si esaurisce nella celebrazione del passato, ma è un ponte che collega quest’ultimo con il presente e ci permette di agire di conseguenza. Così studiare l’Olocausto significa in primo luogo capire cosa lo ha reso possibile, quali condizioni politiche e sociali hanno reso un’intera società complice di questi avvenimenti. Ricordare significa guardarsi attorno ed attuare un confronto fra ciò che è accaduto e come stanno le cose attualmente. Il ricordo rende consapevoli delle proprie responsabilità.

“E’ accaduto quindi può accadere ancora” e qualcosa di molto simile accade sotto i nostri occhi ogni volta che un uomo viene denigrato per la propria diversità, di qualsiasi tipo essa sia, quando negli stadi si sentono cori razzisti, quando un barcone affonda al largo delle nostre coste.

Non a caso i cartelloni da me menzionati si trovano sui cancelli di una scuola: l’istruzione è, o almeno dovrebbe essere, l’arma migliore da contrapporre a tutto ciò. A scuola non si studia solo per sostenere verifiche e interrogazioni, si impara a coesistere. Non si insegna unicamente in vista dei futuri impieghi lavorativi di quelli che saranno i cittadini di domani, ma per formare persone responsabili e consapevoli della propria storia. L’istruzione è un antidoto contro l’odio razziale, contro il prevalere di identità fisse ed escludenti, la paura delle diversità, la mancanza di democrazia.

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone