Malala e il diritto alla felicità

Buona notizia per tutti.
Malala Yousafzai è, con i suoi diciassette anni, la più giovane vincitrice del premio Nobel per la Pace nella storia. È stata premiata insieme all’indiano Kailash Satyarthi che, come lei, ha meritato il riconoscimento per il suo impegno contro la repressione e per i diritti dei minori.
Non è questa, però, o almeno non solo, la nostra buona notizia.
Il Nobel per la Pace è un premio controverso a cominciare dalla curiosa storia della sua nascita (Nobel è l’inventore della dinamite), fino ad alcune assegnazioni molto discusse (una su tutte quella a Obama nel 2009) e al peso di un punto di vista marcatamente “occidentale” che influisce sulla scelta dei vincitori.
Malala però non deve essere identificata come “la più giovane vincitrice del premio Nobel per la Pace”, la sua storia, infatti, era importante molto prima di questo riconoscimento. Prima, anche, dell’attentato organizzato dai talebani per chiuderle la bocca che, il 9 ottobre 2012, ha rischiato di ucciderla mentre tornava da scuola. Il suo piede nella storia Malala l’ha messo quando, poco più che bambina, su un blog della BBC ha cominciato a raccontare come i talebani, nel distretto pakistano dello Swat, cercassero di impedire alle ragazzine di studiare per paura di un popolo consapevole e istruito. “Dateci penne, prima che qualcuno metta armi nelle nostre mani” è una delle sue frasi più note e significative.

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C’è chi dice che le sue parole non hanno cambiato nulla, c’è chi dice anche che le parole non possano cambiare nulla in generale, ma dietro quelle di questa ragazzina c’è qualcosa di molto più forte: l’esempio. Un esempio di cui, anche qui in Italia, c’era bisogno.  È stata infatti una settimana in cui molto si è parlato di diritti: dalle manifestazioni studentesche, alle proteste sindacali riguardanti il “Jobs Act” fino alla vicenda delle “sentinelle in piedi” schierate contro i matrimoni tra omosessuali.
Molti dei diritti che nel nostro paese diamo per scontati non lo sono affatto altrove, ma non dovremmo considerarli immutabili neanche qui, e il fatto che una ragazza così giovane abbia potuto fare tanto ci dice che chiunque può contribuire a cambiare un pezzettino di mondo.
Sartre scrisse che un diritto è  l’altra faccia di un dovere. Dovere di chi? Delle autorità politiche e giuridiche, certo, ma anche dei cittadini che devono difendere quelli esistenti e cercare di farne nascere di nuovi quando necessario, non come crociata o vanto personale, ma per il bene di tutti, anche di chi ha ideali diversi.
Malala ha concluso il suo discorso dopo la consegna del premio dicendo “I bambini hanno il diritto di essere felici”, e forse la felicità è proprio una delle priorità che ognuno di noi dovrebbe preservare, per se stesso e per gli altri.
Che dire quindi, di chi sta in piedi nelle piazze, per quanto sia anche questo un diritto, per manifestare contro la felicità altrui?

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