In arrivo un marchio che segna la differenza tra lavoro e schiavitù

Buona notizia per il settore agricolo e per tutti i suoi lavoratori.
Lo scorso 24 luglio, durante il convegno “Nutrire il pianeta, rispettare i diritti” tenutosi a Roma, e stato presentato il progetto “Qualità del Lavoro”, promosso da Arci, Cgil e Aiab (con il sostegno di OSF e l’adesione dell’Anci) per contrastare lo sfruttamento dei lavoratori e il caporalato.
L’iniziativa consiste nella creazione di un marchio di qualità che certifichi la provenienza “etica” dei prodotti dell’agroalimentare italiano. La particolarità di questa certificazione risiede nel fatto che saranno proprio le imprese e le associazione promotrici a darle vita: le prime firmando una carta con cui si impegnano a rispettare determinati parametri riguardanti i diritti dei lavoratori impiegati, le altre verificando in prima persona che questi standard siano rispettati. L’obiettivo, tuttavia, non è soltanto creare l’ennesimo marchio di qualità, ma anche dare origine a una rete etica che coinvolga sia la distribuzione (a tutti i livelli), sia i consumatori in un progetto di sensibilizzazione e di promozione dei prodotti sani e “puliti” dal punto di vista della produzione. L’intenzione è quindi quella stimolare un cambiamento culturale che porti a una nuova consapevolezza e crei incentivi alla legalità nelle imprese.
Le prime sperimentazione si sono svolte nei mesi scorsi in Calabria (comuni di Rosarno e Gioia Tauro) con risultati incoraggianti, ma l’intenzione è quella di estendere sempre di più il territorio interessato per raccogliere le conoscenze necessarie alla stesura del protocollo di certificazione.

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Per chi si stesse chiedendo se in Italia, e in particolare in Piemonte, il fenomeno dello sfruttamento del lavoro sia così diffuso da rappresentare un problema rilevante la risposta da dare è affermativa. Il secondo rapporto “Agromafie e Caporalato” di Flai-Cgil (redatto dall’Osservatorio Placido Rizzotto), presentato nel giugno di quest’anno, stima 400000 lavoratori (immigrati e non) in tutto il paese potenzialmente impiegati tramite il caporalato, di cui 100000 soggetti a condizioni definite “paraschiavistiche”. Nelle cartine contenute nel rapporto, che mostrano la situazione dei lavoratori nelle diverse zone d’Italia, il Piemonte risulta essere caratterizzato in molti punti da condizioni di lavoro “indecenti” e di “grave sfruttamento”.
Il fenomeno del caporalato, dietro al quale si cela nella maggioranza dei casi la criminalità organizzata (sì, anche al Nord), causa perdite economiche vertiginose per il settore e anche quando le imprese vengono confiscate si stima che il 93% vada incontro a fallimento per la mancanza di efficienti programmi di riutilizzo dei beni sottratti alla malavita.
Per questo, oltre all’attività legislativa (il caporalato e l’intermediazione illecita sono reati inseriti nel codice penale) e delle forze dell’ordine, è fondamentale la sensibilizzazione sul tema e la creazione di una cultura della legalità nelle imprese e nei consumatori del tipo ricercato da “Qualità lavoro”.

 

Per saperne di più qui è possibile scaricare le cartine e il riassunto del secondo rapporto “Agromafie e Caporalato”.

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