Il TTIP : cibo danneggiato o conservato?

Ho bisogno di conoscere la storia di un alimento. Devo sapere da dove viene. Devo immaginarmi le mani che hanno coltivato, lavorato e cotto ciò che mangio. “

Carlo Petrini e coloro che condividono il suo pensiero devono fare i conti con il TTIP.

No, non si mangia. La sigla in questione, però, potrebbe modificare le nostre abitudini alimentari e il nostro modo di pensare gli alimenti, nel senso che non è garantito che riusciremo a sapere “da dove viene” il cibo che mangiamo.

Il TTIP (Il partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti  ) è, infatti, un accordo commerciale, in fase di negoziazione, tra Unione europea e Stati Uniti.

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Alcuni ritengono che l’accordo sul commercio e gli investimenti possa dare impulso alla crescita e all’occupazione perché prevede : la liberalizzazione dell’accesso ai mercati, con l’abolizione delle tariffe doganali; la convergenza dei regolamenti, in base al principio secondo cui un prodotto autorizzato in Europa può essere venduto negli Usa e viceversa, senza ulteriori trafile burocratiche; la definizione di nuove regole commerciali per abolire le barriere non doganali; e garantire, per esempio, la tutela dei marchi di origine anche al di là dell’Atlantico.
Un accordo basato sul principio del riconoscimento reciproco delle autorizzazioni commerciali, comporta una rivoluzione nel mondo dei consumi.

I nemici del Trattato, infatti, dichiarano che gli europei saranno invasi da carne agli ormoni, o trattata con antibiotici; di grano e verdure prodotti da colture geneticamente modificate. L’Europa, infine, subirà la concorrenza dell’industria agroalimentare americana, caratterizzata da una legislazione meno severa di quella europea.

Molte associazioni, tra cui Assocanapa (Coordinamento Nazionale per la Canapicoltura) di Carmagnola, ha partecipato alla campagna di raccolta firme, coordinata dalla coalizione Stop TTIP.

Assocanapa si oppone perché il trattato prevede che si giunga a compromessi tra posizioni molto diverse, per esempio sulla valutazione dei rischi alimentari ed i negoziati prendono in considerazione il riconoscimento reciproco degli standard alimentari, sulle etichette e sull’utilizzo di ormoni, per citarne alcuni. Chi ci guadagnerà da un rafforzato commercio internazionale del cibo? Probabilmente non noi consumatori, che avremo meno trasparenza in filiere alimentari (sempre più lunghe!); neanche i piccoli produttori che si rivolgono al mercato locale, i quali costituiscono il tessuto sociale ed economico delle due regioni, e ne custodiscono l’ambiente e le tradizioni alimentari.

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