Condividere per resistere

Buona notizia per chi sa condividere.
Intorno alla metà degli anni ’60 la Rai cominciò a produrre un programma intitolato “Specchio segreto” scritto e diretto da Nanni Loy, ispirato al genere della candid camera nato negli Stati Uniti.
Loy spesso era anche l’attore protagonista delle scenette messe in atto, una delle quali lo vedeva camminare a pochi passi dal carcere Regina Coeli di Roma con le scarpe prive di lacci. Era noto che ai detenuti, in prigione, venivano requisiti i lacci, così lui li chiedeva in prestito ai passanti dicendo di essere appena evaso e di aver bisogno di aiuto per non essere scoperto. Sorprendentemente erano in molti a offrirgli una mano senza troppe domande.
Per Loy questo esperimento serviva a dimostrare che gli italiani sono generosi e disponibili verso il prossimo, chiunque sia.
Recentemente l’attenzione è stata nuovamente puntata su questa (vera o presunta) caratteristica del nostro paese, infatti sta riscuotendo un grande successo l’economia della condivisione (sharing economy in inglese): un modello economico che si basa sullo scambio, il prestito, la condivisione e l’affitto di oggetti, spazi e competenze (in generale di tutto ciò che il proprietario non sfrutta appieno e decide di mettere a disposizione degli altri).

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Nanni Loy, autore, regista e attore in “Specchio segreto”

Se non ne avete mai sentito parlare in questi termini avrete più probabilmente usato o sentito nominare alcune delle piattaforme e app che aiutano a gestire questo tipo di condivisione dando modo di offrire e richiedere determinati beni o servizi. Alcuni esempi sono Blablacar (che permette a chi ha un’auto e a chi cerca un passaggio di mettersi in contatto per viaggiare insieme), Airbnb (su cui trovare stanze in case private messe a disposizione dai proprietari), Subito.it (dove si trovano annunci provenienti da tutta Italia), ma ne esistono molte altre (quelle italiane sono mappate in una ricerca di Collaboriamo.org, sito di cui parleremo tra poco).
L’idea è rivoluzionaria almeno per tre motivi: limita gli sprechi e l’inquinamento, si pone come aiuto nell’affrontare la crisi scoraggiando la lotta fra poveri a favore della solidarietà sociale e, per chi punta il dito sui danni del capitalismo, mostra che un modello economico diverso è possibile.
In Italia una delle principali sostenitrici di questo tipo di economia è Marina Maineri, autrice del libro “Collaboriamo” (HOEPLI, 2013) e creatrice dell’omonimo sito web dove si trovano tutte le informazione necessarie sul tema. Collaboriamo.org ha promosso pochi giorni fa la seconda edizione di Sharitaly, evento per fare il punto sull’economia della condivisione in Italia. Nel nostro paese, comunque, questo modello economico sta ancora muovendo i suoi primi passi anche se è in crescita, mentre altrove è maggiormente affermato, come negli Stati Uniti.
Probabilmente a questo punto qualcuno avrà già storto il naso: nessuno ha cercato di guadagnare su questa buona idea? La risposta è sì: alcune aziende rappresentative del settore hanno enormi somme di denaro a disposizione economia-condivisa-auto-vacanze-case-stiamo-tornando-a-stare-insieme-640x441grazie e ingenti versamenti degli investitori. Inoltre questo settore può avere molti punti critici, alcuni segnalati recentemente dal settimanale tedesco “Die Zeit” e che qui trovate riportati e tradotti dalla rivista “Internazionale”. Leggendo l’inchiesta risulterà chiaro che da una buona idea ne possono scaturire molte decisamente meno buone, che la attaccano, la indeboliscono, e poi finiscono per svuotarla.

Possiamo fare qualcosa per resistere? Forse sì, potremmo cercare di somigliare agli italiani descritti da Loy, tornando al senso originario di questa buona idea: essere fiduciosi verso il prossimo, disponibili ad aiutarci non per guadagno economico, ma per semplice generosità. Se vissuta così l’economia della condivisione non si trasformerà in un lavoro a tempo pieno per nessuno, ma ci renderà sicuramente più ricchi.

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