Intervista a Giuseppe Trimarchi: la mafia attraverso gli occhi di chi la combatte

i-trimarchiLa mafia non piace a nessuno, almeno sulla carta. Tutti vogliamo la legalità e condividiamo le foto di Falcone e Borsellino, con citazione annessa, su Facebook, ma quanti cercano davvero di cambiare le cose? Qui al nord siamo spesso abituati a vedere la criminalità organizzata come qualcosa di lontano, un problema degli altri, laggiù in basso sulla cartina. In parte è colpa nostra, ma spesso anche la mancanza di informazione ci spinge a girare la testa dall’altra parte. Per questo vogliamo offrirvi il “punto di vista” di qualcuno che la mafia la guarda in faccia ogni giorno e può aiutarci a riconoscerla e combatterla.
Il “nostro uomo” è Giuseppe Trimarchi, nato a Messina, classe 1982, laureato in Scienze Politiche e autore del libro “Calabria Ribelle” (Città del Sole Edizioni, 2012), in cui racconta alcune storie di persone che hanno deciso, appunto, di ribellarsi alla stretta soffocante della malavita. Attualmente è attivo nel volontariato locale e internazionale ed è coordinatore degli operatori Sprar di Gioiosa Jonica. Durante la Sagra del Peperone si trovava a Carmagnola per promuovere i prodotti della cooperativa “Calabria Solidale”, ottenuti senza sfruttamento dei lavoratori e qualunque altro tipo di attività mafiosa.
Ne abbiamo approfittato per fargli alcune domande.

Quando si pensa alla mafia ci viene in mente la classica immagine del boss de “Il Padrino”, ma qual è il vero volto della mafia e dei mafiosi?
Oggi il mafioso non è più quello con coppola e lupara dell’immaginario collettivo, ma veste giacca e cravatta, spesso parla tre o quattro lingue e ha una doppia cittadinanza. Si tratta spesso di avvocati, finanzieri, medici… molti fanno parte della nostra classe dirigente. Non si deve pensare che il nord sia immune da questo fenomeno, la mafia è anche qui.
Col passare degli anni quindi possiamo dire che la mafia sia diventata più subdola?
Può essere diverso a seconda del tipo di mafia, io posso parlare della ‘ndrangheta perché è quella che attanaglia la mia terra. Per anni questo fenomeno è stato sottovalutato, visto solo come un insieme di pratiche arcaiche usate da pastori crudeli, questo le ha dato modo di crescere senza attirare troppa attenzione e diventando ciò che è oggi. Il governo degli Stati Uniti la considera la quarta organizzazione criminale più pericolosa al mondo.
Un comune cittadino può fare davvero qualcosa contro un’organizzazione tanto potente?
Non servono grandi imprese, basta rispettare le regole di convivenza e legalità, per esempio non superare quando si è in coda alla posta, o non sfruttare una conoscenza per ottenere una visita medica in tempi più brevi, perché è tra queste piccole cose che i criminali germogliano. Possono sembrare stupidaggini, ma sono azioni importanti perché creano un cambiamento culturale.
È questo che possono fare le “persone comuni” per il resto ci sono le forze dell’ordine e la magistratura.
10425447_970776746281465_7054682989906672654_nPerò se io rispetto le regole e chi è dietro di me in coda non lo fa, alla fine ci perdo solo io.
Certo, se tutte le persone in fila restano in silenzio quando vengono superate il “furbetto” ne uscirà vincitore, ma se invece protestano questo non potrà avere la meglio perché sarà lui a trovarsi da solo contro tutti gli altri. Quante più persone rifiutano l’illegalità, tanto più è facile sconfiggerla.
Nelle tue attività hai trovato il sostegno delle persone o sei stato lasciato solo?
Nel mio ambiente, la Locride, le persone che frequentano circoli e associazioni sono spesso le stesse e si conoscono, quindi è normale che ci sia reciproco sostegno. Anche la famiglia e gli amici mi sono stati vicini, e non è qualcosa che può essere dato per scontato. Certo qualche delusione l’ho avuta anche io, quando bisogna prendere posizione e rischiare qualcosa non tutti quelli che reputavi amici si rivelano tali.
Proprio per questo verrebbe da chiederti chi te lo fa fare.
Fortunatamente oggi i rischi sono più limitati di un tempo perché sono molte di più le persone che si espongono. Io lo faccio quasi per egoismo: ho voglia di vivere a casa mia, voglio che i miei figli possano crescere in questa terra. Quello che faccio lo vedo come un dovere.
Sono molte le associazioni attive nella lotta alla mafia e i valori che portano avanti sono importanti, ma nella pratica credi che potrebbero fare di più?
Al momento non faccio parte di nessuna associazione, anche se ci collaboro spesso, perché dopo esperienze fatte in diversi settori ho riscontrato in molte la stessa dinamica: fino a quando le cose sono vissute ai “piani bassi”, dai volontari, c’è passione e spirito di servizio, quando si sale, però, cominciano le lotte per il potere e si perde di vista l’obiettivo. Sicuramente ci sono delle eccezioni, Recosol, secondo me, è una di queste.
Nella lotta alla mafia, come in altri campi, sono molto importanti la formazione e la consapevolezza. Pensi che si possa ancora cambiare la mentalità degli adulti, o bisogna puntare tutto sui bambini e i ragazzi delle scuole?
Di certo per la formazione è necessario concentrarsi sui bambini e i ragazzi, ma odio sentir dire che l’impegno e le responsabilità “spettano ai giovani”. È il modo che gli adulti usano per scaricare le proprie responsabilità su generazioni che non c’entrano niente con le loro porcate.
Pensi che la mafia in questo momento possa dare agli italiani qualcosa che lo stato non riesce più a garantire?
Sì, soprattutto al Sud, in particolare i posti di lavoro. Quando hai in mano il lavoro di una persona compri anche la sua dignità, e a quel punto puoi fare quello che vuoi.
Cosa vorresti dire alle persone e alle famiglie che ricevono intimidazioni?
Denunciate.
Sì, ma fa paura.
La paura la deve avere chi non denuncia. Il silenzio vi fa sembrare deboli, se dimostrate subito la vostra forza avranno paura perché sapranno di avere gli occhi addosso. Bisogna denunciare ai Carabinieri e anche pubblicamente, non per diventare famosi come pensa qualcuno, ma per stare al sicuro. È più facile essere aggrediti nel silenzio, lo dico per esperienza.
Riesci immaginare l’Italia senza mafia?
Riesco a sognarla.

 

 

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