Attenzione: invasione!

Navigando in rete, mi sono accorto che sempre di più l’inglese sta prendendo piede nella lingua italiana corrente. All’inizio questo fenomeno era circoscritto a quelle parole apparentemente intraducibili ma ora la situazione si sta facendo imbarazzante, per non dire sconcertante. Parole come “economia verde” e “notizie” sono state cancellate dal dizionario per fare posto a eco1“green economy” e “news”, “rete” è diventata inusuale per lasciare spazio al “web”, il “disco rigido” ormai   esiste sol quale “hard disk”. Anche i giornali più importanti ormai utilizzano l’inglese in   maniera sempre più massiccia, creando titoli improponibili, scorretti anche a livello   grammaticale (in entrambe le lingue).

Non solo, anche nel mondo istituzionale pare che l’italiano vada stretto e praticamente in ogni discorso ufficiale si possono trovare una moltitudine di parole anglofone (spesso   usate senza nemmeno conoscerne il significato dato che anche persone come il nostro   Presidente del Consiglio, grande promotore dell’inglese, non conosce la lingua).   Pensiamo per esempio al Jobs Act, tanto discusso in questi giorni: quando in più di   sessant’anni di Repubblica è stata redatta una legge con nome inglese? Si è parlato sempre, fino a pochi mesi fa, di Riforma del Lavoro. Oppure si veda il Ministero delle Politiche Sociali: pensate che sia scomparso? No, si chiama (in teoria solo ufficiosamente) Ministero del Welfare.

Si potrebbero fare moltissimi altri esempi di questi abusi linguistici (non è solo l’inglese la lingua in questione, tuttavia è l’esempio più eclatante) ma perché, potreste chiedervi, dare così importanza ad un tema così marginale a confronto di altri temi attualmente molto più importanti?

Perché le lingue sono il riflesso dei popoli che le parlano e l’italiano sta dimostrando di essere una lingua facile da sottomettere, di secondo livello. O almeno, così mi sembra. Fateci caso, io me ne sono reso conto studiando varie lingue europee. I tedeschi, da noi molto ammirati per ordine e rigorosità, parlano una lingua schematica, che riduce al minimo gli sprechi (anche le declinazioni si “riducono” se è chiaro il significato del complemento). I francesi, che riteniamo fini ed altezzosi (spesso si sente dire che “se la tirano”), hanno una parlata molto raffinata. Non è così strana come teoria: quasi tutti tendono ad avere un’idea diversa delle persone che hanno davanti già solo in base a come parlano e tutti si preoccupano di modulare il proprio registro e tono a seconda delle situazioni, figuriamoci quanto può influire un intero idioma su un individuo!

E noi italiani? Abbiamo una lingua piena di eccezioni e irregolarità, che non si rinnova ma si fa imporre nuovo lessico e che è tuttavia essenzialmente dolce e bellissima. Non è forse la descrizione del nostro paese questa? Ci sono continuamente scontri verbali e fisici, anche ad alti livelli (il nostro parlamento sembra essere diventato un’aia), le nostre leggi (morali e civili) sono contraddittorie eppure viviamo nel mito del Belpaese, dove però ogni ricchezza e bellezza vengono sfruttate da chicchessia. Ed è proprio su questo ultimo punto che mi soffermo. Noi siamo stati bistrattati nazionalmente ed internazionalmente, negli ultimi anni, a qualsiasi livello: politico (la classe dirigente è diventata una vera e proprio casta, quasi impossibile da cambiare), industriale (la FIAT ha lasciato l’Italia senza nessun intervento concreto da parte del governo), istituzionale (non abbiamo più una credibilità), sociale (la popolazione è in ginocchio)… Adesso noi stiamo cedendo anche su una delle poche cose che ci rimangono, la nostra identità. Forse è arrivato il momento di risvegliare in noi un po’ di amor di patria.

Sotto questo punto di vista, almeno a livello europeo, noi siamo nuovamente un’eccezione. In quasi tutti gli stati infatti esistono organi istituzionali atti alla difesa e al rinnovamento delle lingue (in Francia l’ Académie française, in Spagna la Real Academia Spañola): in Italia è presente l’Accademia della Crusca, la più antica accademia linguistica al mondo, che però non sembra far fronte al problema di questa vera e propria invasione inglese. Se infatti la parola “computer” è stata tradjobs actotta in Spagna e Francia  rispettivamente da “computadora” e “ordinateur”, in Italia è entrata a far parte  del lessico. E questo non è che un esempio. Il famoso “firewall” è diventato  “cortafuegos” nella penisola iberica, il “car-pooling” è stato tradotto con  “covoiturage” nei territori d’oltralpe.

 Insomma, ancora una volta sembra che siamo noi italiani ad essere quelli messi  peggio ed io stento a credere che si utilizzino in questo modo spropositato parole  straniere per essere più internazionali, più competitivi, anche più tecnici e chiari  (l’italiano ha una grandissima ricchezza lessicale ed è stato considerato la lingua  della cultura in Europa fino agli inizi dell’ottocento). Forse alcuni vorrebbero    semplicemente essere più alla moda, altri vorrebbero rendere l’Italia più simile ad altri paesi, come gli Stati Uniti (si veda l’ossessiva ammirazione per Barack Obama del nostro governo, che è arrivato come già detto a chiamare una legge Jobs Act): siamo proprio sicuri però, di voler diventare come uno degli stati più disastrati ed in crisi del mondo occidentale? A me bastano i già tanti problemi che abbiamo e  in più non ho intenzione di farmi tagliare via, in questo periodo di crisi, anche un pezzo della mia identità.

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone