Messico e narcos, la faccia triste dell’America

Il Messico è oggi, dopo un passato rivoluzionario, uno stato che è entrato di diritto a far parte della comunità internazionale. Il paese è membro infatti di numerose organizzazioni internazionali e ha siglato nel 1992 l’Accordo nordamericano di libero commercio (Nafta), insieme al Canada e agli Stati Uniti.

Questa apparenza di sviluppo e successo a livello internazionale non coincide però con la violenza che sta trasformando il paese in quello che viene definito un “narcostato”.

Il Messico è un paese ostaggio della violenza dei cartelli dei narcotrafficanti, la cui presenza costante sul territorio è ormai divenuta la normalità. A partire dagli anni ’50, le bande dei trafficanti si radicarono nelle città attraverso l’appoggio dei governatori, istituendo così un legame tra criminalità organizzata e istituzioni politiche. Ciò ha fatto sì che le esecuzioni extragiudiziali e le sparizioni forzate diventassero oggi la quotidianità; tra il 2008 e il 2009, il tasso di violenza contava 19 omicidi ogni 100 mila abitanti, raggiungendo medie anche di 40 nelle maggiori città. Dal 2006, si contano 100 mila morti e 30 mila desaparecidos in tutto il Messico.

L’elezione nel 2012 di Enrique Peña Nieto, dopo gli anni della presidenza di Calderòn, aveva segnato una svolta nella storia del Messico: oltre alle riforme dell’istruzione e dell’energia, il presidente aveva fatto arrestare il trafficante più ricercato del paese, Joaquin “el Chapo” Guzman.

La speranza dei cittadini messicani si è presto infranta, a seguito dei tragici fatti avvenuti a Iguala, nello stato messicano di Guerrero. Il 26 settembre dello scorso anno, 43 studenti sono scomparsi nel nulla dopo uno scontro con la polizia.

Questi giovani studenti tra i 19 e i 23 anni, provenienti dai villaggi più poveri del Messico, frequentavano la scuola maschile rurale per maestri di Ayotzinapa; gli studenti  della scuola appartengono a una lunga tradizione di lotte sociali, dovute alla scarsità di risorse per l’istruzione a loro attribuite dallo stato.

Quel giorno, gli studenti avevano sequestrato due autobus per recarsi nella sede del loro tirocinio lavorativo e, in seguito, per partecipare a delle manifestazioni in ricordo degli studenti vittime del massacro di Tlatelolco del 1968.

Il sequestro dei mezzi di trasporto era ormai un fatto frequente per gli studenti, che requisivano i mezzi “a fini didattici”, trovando spesso un “accordo” con gli autisti, a cui in cambio davano soldi o sostentamento per alcuni giorni.

La sera del rapimento dei giovani, invece, le cose andarono diversamente: gli studenti si scontrano contro la polizia, che aprì il fuoco, lasciando sulla strada 6 morti. Al fianco della polizia si trovava il cartello dei Guerreros Unidos, una banda armata che ha preso il controllo del territorio di Guerrero. I 43 studenti rimasti in vita vennero consegnati dalla polizia alla banda, che li caricò sulle camionette per poi farli sparire nel nulla.

L’inchiesta effettuata sul caso ha portato al mandato di arresto per 22 agenti e per il sindaco della città, Abarca, latitante dal giorno dopo i fatti e accusato di avere rapporti con i narcos della città. Sono state inoltre scoperte numerose fosse comuni, dove la banda dei Guerreros aveva seppellito i resti carbonizzati di corpi umani, tra cui si teme ci siano anche gli studenti scomparsi.

Il rapimento dei 43 studenti di Ayotzinapa ha scatenato l’indignazione unanime della comunità internazionale, dell’ONU e dell’organizzazione non governativa Human Rights Watch. Nel frattempo, le 43 famiglie degli studenti scomparsi non perdono la speranza di ottenere giustizia.

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Fonti:

-John Gibler, The California Sunday Magazine (pubblicato in Italia da Internazionale, n.1089)

-Pangeanews.net

-T.Bertaccini, “Le Americhe Latine nel ventesimo secolo”, Feltrinelli, 2014

 

 

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