L’incredibile storia di Abdul Jeelani: da stella NBA a senzatetto.

 

11 ottobre 1980, Reunion Arena, Dallas, TX

E’ una giornata198010110DAL storica per il basket statunitense. Alla Reunion Arena, palazzetto appena realizzato per un costo pari a 27 milioni di dollari, va in scena la prima partita della storia dei Dallas Mavericks, storica franchigia NBA che nel 2011 arriverà a vincere il campionato americano, trascinata da Dirk Nowitzki.
Ma trent’anni prima di vincere il titolo, i Mavericks affrontavano nella prima partita della loro storia, in un derby tutto Texano, i San Antonio Spurs di George Gervin, l’uomo di ghiaccio, uno dei più forti giocatori nella storia della palla a spicchi. Quella sera Iceman segnò 33 punti, ma uscì sconfitto dalla Reunion Arena, che osannava i nuovi idoli locali, in particolar modo Abdul Qadir Jeelani, centro di 2.03 metri, che passò alla storia per aver segnato il primo canestro dei Dallas Mavericks nella NBA.
 

Tuttavia Gary Cole, diventato Abdul Jeelani in seguito alla sua conversione all’islamismo, non lasciò il segno nella lega americana, e dopo un paio di stagioni in chiaroscuro tornò a calcare i parquet italiani, che già lo avevano lanciato prima del suo approdo nella NBA, quando giocò per un biennio con la maglia della Lazio Roma.
Conclusa la sua esperienza con i Mavericks, Abdul scelse la maglia della Libertas Livorno, ambiziosa società toscana con la quale ottenne la promozione in Serie A già al primo anno. Indossò la maglia livornese per altre 3 stagioni, nelle quali diede spettacolo in tutte le palestre dello Stivale, sempre oltre i 20 punti di media. Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare lo definisce uno dei più forti giocatori stranieri mai approdati nel campionato italiano, un centro di grande potenza, ma dotato anche di un’eleganza e una grazia rare per un giocatore che supera i 2 metri di altezza.

imagesVenti anni dopo Abdul torna a far parlare di sé, purtroppo non per meriti sportivi. Infatti nel 2010 si scopre che la “Mano di Maometto”, come venne soprannominato dai tifosi livornesi in merito al suo talento e alla sua fede, vive come un homeless, un senzatetto, costretto a vivere alla giornata in una casa di accoglienza a Racine, Wisconsin. La domanda sorge spontanea: come è possibile che uno sportivo di successo, dentro e fuori dal campo, sia arrivato al punto di faticare per trovare un pasto caldo da mangiare la sera?
Ebbene, un intreccio di sfortune personali e scelte di vita non azzeccate hanno segnato la discesa agli inferi di Abdul. Due matrimoni non andati a buon fine, gli alimenti da pagare, una serie di investimenti malaccorti, la battaglia contro un tumore alla prostata e, dulcis in fundo, il licenziamento dalla multinazionale in cui lavorava, hanno condannato Abdul ad una vita di stenti.
E così Abdul, a cinquant’anni passati da un pezzo, si ritrova a vagare tra tante anime che hanno perso la loro identità, senza più motivi per arrivare alla fine della giornata, senza più poter mettere in mostra il suo talento sportivo e umano.

Eppure lo sport può, anche indirettamente, salvare una vita. Ed è ciò che è successo ad Abdul Qadir Jeelani, Gary Cole, o chiunque fosse quell’uomo senza speranza perso in mezzo al nulla, Wisconsin.

L’angelo custode di Abdul risponde al nome di Simone Santi, presidente della S.S. Lazio Basket, da anni impegnato nella riqualificazione di alcune aree del territorio romano ed in un progetto di integrazione ed aiuti nei confronti dei meno fortunati. Leggendo un articolo di giornale sulla sfortunata sorte di Jeelani, a Simone tornano in mente vecchie immagini sfocate, di quel centro di 2.03 metri che esaltava le folle dell’Italia cestistica. Simone faceva parte di quelle folle, e cerca in tutti i modi di donare una seconda opportunità al vecchio Abdul. Riesce a rintracciarlo e a contattarlo, e dopo alcune vicissitudini legate al passaporto e alla burocrazia, lo riporta nella sua seconda casa: l’Italia.
Abdul può così ricominciare da capo un’altra volta, spinto dal calore e dall’affetto che ha ritrovato in molti amici ed ex avversari che lo hanno accolto al suo rientro a Roma. A partire dal settembre 2011, è stato inserito inoltre in un progetto prontamente ideato da Santi, che coinvolge ragazzi extra-comunitari della periferia della Capitale, i quali avranno la possibilità di appassionarsi alla pallacanestro sotto la guida tecnica dell’ex giocatore NBA.
La Mano di Maometto può così tornare a predicare basket in Italia, non più sul parquet, ma dalla panchina, in un importante tentativo di donare una speranza a chi, come i ragazzi meno fortunati della periferia romana, ne ha fortemente bisogno.
Perché lo sport può salvare una vita. E Abdul Jeelani lo sa.

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone