L’Europa dipende da Schengen?

Dopo l’attentato di Parigi del 7 gennaio, c’è Schengen sul banco degli imputati. Il dibattito trova l’Italia schierata contro Francia e Spagna. Al Parlamento europeo Marine Le Pen sostiene che per evitare che le “metastasi del fondamentalismo islamico” si diffondano è necessario sospendere gli accordi. Secondo la leader del Front National è “come dire: contro i ladri togliete le porte”. Sulla stessa linea si pone il ministro degli Interni spagnolo Fernández Díaz, che appoggia il controllo alle frontiere e quindi una modifica al trattato Schengen. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, d’altra parte, difende la libertà di circolazione entro l’area, perché sacrificarla “sarebbe un prezzo inaccettabile da pagare al terrorismo”.

Viola: membri area Schengen UE. Violetto: membri area Schengen non UE. Giallo: membri UE che entraranno nell'area Schengen. Verde: membri UE fuori dall'area Schengen.

Viola: membri UE dell’area Schengen. Violetto: membri non UE dell’area Schengen. Giallo: membri UE che entraranno nell’area Schengen. Verde: membri UE fuori dall’area Schengen.

È doveroso a questo punto fare un po’ di chiarezza per evitare che, come spesso accade, si finisca per dare giudizi infondati. Che cosa si intende per area Schengen, come nasce, quali regole prevede?
Schengen è il nome di una città lussemburghese, che si trova all’incrocio tra Francia, Germania e Benelux (Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi). Nel 1985, questi paesi decisero di creare un territorio privo di frontiere, dove merci, servizi, capitali e persone potessero circolare liberamente; nacque così l’area Schengen. Nel 1990, ai precedenti accordi, si aggiunse la “Convenzione di applicazione“. In quell’anno anche l’Italia aderì, seguita poi da altri paesi. La Convenzione, in vigore dal 1995, rese possibile l’eliminazione delle frontiere interne fra gli stati firmatari e la creazione di una frontiera esterna unica che prevede una gestione comune: norme comuni in materia di visti, diritto d’asilo e controllo alle frontiere. Con la sua “comunitarizzazione” nel 1997, la normativa Schengen divenne parte integrante della Comunità Europea. Tuttavia lo spazio Schengen non è limitato ai soli Stati membri: oggi conta 26 paesi, di cui solo 22 membri dell’Unione. Non ne fanno parte, infatti, Gran Bretagna, Irlanda, Cipro, Croazia, Bulgaria e Romania mentre hanno firmato l’accordo alcuni Stati terzi come Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera.
Oltre ai controlli a campione — e non più sistematici — tuttora possibili alle frontiere interne, gli accordi possono essere temporaneamente sospesi in situazioni di emergenza caratterizzate da “un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi” in uno Stato membro, come recita il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (Tfue). È il caso, ad esempio, che si è verificato in Italia in occasione del G8 di Genova nel 2001 e dello stesso vertice all’Aquila nel 2009.

In che misura limitare la libertà di circolazione di ogni individuo all’interno dell’area, considerata da molti una grande conquista europea, limiterebbe anche l’intensificarsi dell’attività terroristica? Gli artefici dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo erano dei franco-algerini di Gennevilliers, una località vicino a Parigi. Non hanno dunque dovuto muoversi molto per mettere in atto il loro piano. Non pare invece oggetto di discussione un maggiore controllo alle frontiere esterne, o l’utilizzo del SIS (Sistema d’Informazione Schengen) che prevede le modalità di segnalazione di cittadini di paesi terzi per rifiutarne l’ingresso o il soggiorno. Si sa, sicurezza e libertà quasi mai vanno di pari passo; spetta a chi di dovere scegliere l’alternativa che il più possibile garantisca la prima senza escludere la seconda. Al di là di quale sia la soluzione migliore, sempre che ve ne sia una, è chiaro che sarebbe preferibile porre l’attenzione su alcuni aspetti degli accordi di Schengen, invece che sulla loro stessa esistenza. Forse allora il dibattito di questi giorni dovrebbe concentrarsi su altri punti.

In questi giorni più che mai sentiamo parlare di identità, libertà, sicurezza. Un attacco terroristico, di qualunque matrice sia, spesso è volto a provocare, assieme al danno fisico, un danno morale e simbolico di grandezza inestimabile. A maggior ragione se questo si verifica “in casa nostra”. È facile che dal dolore che ne scaturisce l’identità di ognuno di noi venga messa in discussione, se non indebolita, e che questo sentimento lasci spazio alla paura, quasi sempre antipode alla razionalità e al buon senso. Cosa significa essere europei? È una domanda alla quale ormai ognuno di noi è chiamato a rispondere ogni giorno. E se la parola libertà fa parte della risposta che ci diamo, allora è opportuno riflettere sull’importanza di tutti i passi fatti finora in questa direzione e volgere lo sguardo verso il futuro di quell’Unione che giorno dopo giorno stiamo costruendo. Perciò, l’Europa dipende da Schengen? Sì, anche.

 

 

http://www.europarlamento24.eu/schengen-cos-e-e-come-funziona/0,1254,106_ART_142,00.html

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2015/01/13/laccordo-di-schengen-cose-e-come-funziona_e1a57c30-6f58-484a-85fa-7176a0646047.html

CondividiShare on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone