INDIA, SUREKHA BOHTMANGE: OGNI PAESE HA LA SUA MALALA

Surekha Bohtmange era una donna dalit di 40 anni, una “intoccabile” che viveva in India in condizioni di estrema povertà. Surekha era la madre di 3 figli: una femmina, Priyanka, e due maschi, Sudhir e Roshan. I suoi figli erano istruiti e tutta la sua famiglia si era convertita al buddismo ripcaste induisteudiando l’induismo. La casa della famiglia Bohtmange apparteneva alla casta Mahar, ma era circondata da fattorie appartenenti a famiglie di casta superiore. Dal momento che Surekha era una Dalit, che nel sistema delle caste non ha diritto di aspirare a vivere, l’assemblea del villaggio non le aveva permesso di collegarsi alla rete elettrica, né di costruire una casa di mattoni per sostituire la capanna di fango e paglia in cui viveva. Non le era permesso di irrigare i campi o di attingere al pozzo pubblico. Venne poi il momento in cui cercarono di costruire una strada pubblica passando attraverso la proprietà della donna, lei resistette e si rivolse una prima volta alla polizia, senza essere presa in considerazione. Intanto, con il passere del tempo, aumentò la tensione nel villaggio in cui  Surekha viveva e, come per avvertirla, aggredirono un suo parente, abbandonandolo moribondo. La donna allora sporse di nuovo denuncia, delle persone vennero arrestate, ma presto rilasciate su cauzione. Il giorno del rilascio era il 29 settembre 2006. Quello stesso giorno, 40 persone del villaggio, tra donne e uomini, circondarono su dei trattori la casa dei Bohtmange. Il marito di Surekha che era a lavorare nei campi, si spaventò per i rumori e, appena resosi conto di ciò che stava avvenendo, corse verso la città più vicina per chiamare la polizia. Polizia che non arrivò mai.

Surekha e i suoi 3 figli vennero trascinati fuori di casa. Ai figli maschi venne ordinato di stuprare la madre e la sorella, al loro rifiuto vennero mutilati dei genitali e linciati. Surekha e sua figlia Priyanka subirono uno stupro di gruppo e quindi vennero uccise dalle botte infertegli dai presenti. Al termine di tutto i corpi vennero gettati nel canale vicino, dove vennero ritrovati il giorno seguente. La strage è nota anche come massacro di Khairlanji.

Inizialmente la stampa definì l’accaduto un “delitto d’onore”, poi giunsero le proteste da parte delle organizzazioni Dalit e la magistratura fu costretta a prendere atto del delitto. Nel primo grado di giudizio i principali responsabili dell’omicidio vennero condannati a morte, ma il giudice disse che il fatto era stato dettato da un desiderio di “vendetta”, non c’erano prove dello stupro e non aveva connotazioni di casta.                                                                                                                                                           Grazie al sistema delle caste, di fatto in vigore in India, un Dalit o “intoccabile”, definito oggi anche “persona svantaggiata”, ogni 16 minuti è vittima di un crimine commesso ai suoi danni da un non Dalit. Ogni giorno più di 4 donne Intoccabili vengono stuprate da Toccabili, e ogni settimana vengono uccisi 13 Dalit e 6 rapiti (dati ufficiali del National Crime Records Bureau). In queste statistiche non vengono poi considerate le umiliazioni come, ad esempio, l’essere denudati e costretti a sfilare nudi.

Surekha ha lottato per i suoi diritti e per questo è morta; ha lottato proprio come Malala, la neo vincitrice del premio Nobel per la pace. Nessuno slogan Onu è stato però speso per la vita della famiglia Bohtmange. Il mondo non è, forse, ancora pronto per opporsi all’ingiusto sistema sociale induista?

La storia di Surekha e della sua famiglia mi ha scossa nel profondo, sento addosso il peso dell’ingiustizia che essi hanno subito. Vorrei che il sistema delle caste induista venisse sradicato e demolito, e per questo non posso fare a meno di chiedermi: quando queste cose accadono, il mondo tanto attento e combattivo contro le ingiustizie, dov’è?

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