Il 13 – Deus ex autobus

deus ex autobus

Da http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/01/29/news/gtt_folla_e_ritardi_il_bus_13_da_incubo-77228191/

Arriva il 13, che a lungo si è fatto attendere. Spunta da dietro l’angolo con incedere lento da femme fatale. Alla fermata dei pullman, tra la folla, si diffonde un nervosismo da primo appuntamento: c’è chi si chiede “Sarà proprio lui?” e si sporge oltre la banchina, strizzando gli occhi per leggere meglio il numero luminoso sul display; chi, con passetti da formica, cerca di intrufolarsi nei minuscoli spazi vuoti sul margine del marciapiede; e ancora c’è chi si guarda intorno agitato, studia le posizioni dei propri avversari e cerca di prevedere dove esattamente si apriranno le porte.
L’autista mette la freccia, il pullman si accosta al marciapiede e si ferma. I più sfortunati soccombono ancor prima dell’inizio della battaglia, abbattuti dallo specchio retrovisore. Lo sbuffo delle porte che si aprono è come il colpo di pistola che annuncia l’inizio della maratona, è come il suono del corno che dà il via alla battuta di caccia. Allora capisci che i racconti dell’orrore sul Venerdì 13 non fanno alcuna paura se paragonati a quelli sul 13 di Venerdì.
Per primi vengono coloro che ignorano la legge del “prima di salire, si lascia scendere”, coloro che sfidano la logica, che tentano, come i salmoni, di risalire il fiume controcorrente. Sono sciocchi e sacrificabili, senza pietà vengono annientati da una raffica di zampate, spinte e insulti. Nessuno li piangerà. Per secondi vengono i beati, coloro che piangevano e ora ridono, i pazienti premiati con un posto assicurato, con un buon appiglio, i più fortunati addirittura con un sedile. Per ultimi vengono quelli che riescono a salire per il rotto della cuffia, guardati dagli altri passeggeri quasi fossero clandestini, degli imbucati a una festa privata. Accettano il crudele destino di rimanere schiacciati contro i vetri, costretti a sacrificare nella chiusura delle porte il bordo della giacca, un angolo della borsa o un arto.
Poi, come i demoni che fustigano i dannati nell’Inferno dantesco, si lanciano dentro al pullman a braccia spalancate i vecchi, all’urlo “Andate avanti! Al centro è vuoto!”; il loro aspetto inerme è tradito da un’aggressività degna di Attila e da una forza erculea con la quale stritolano e strangolano gli altri passeggeri. Torturano la folla non con forconi, ma con la pretesa di muoversi liberamente, di camminare, di obliterare il biglietto. Si lamentano perché qualcuno li ha urtati con lo zaino, ti intimano di spostare il braccio e, nonostante gli venga ceduto un posto a sedere, iniziano una filippica contro i giovani fannulloni e maleducati che non cedono il posto a sedere
Sul 13 il contatto è così ravvicinato che, come la Madonna, alcune vergini ne escono prodigiosamente in dolce attesa, così profondo che puoi sentire cosa pensano i tuoi vicini, ma, anche senza telepatia, si sa che il pensiero generale è quasi sempre: “Avrei fatto prima ad andare a piedi.”. Ma nessuno va mai piedi, si prende il 13.
Sul 13 si rischia di perdere la testa, la dignità e, forse, anche il portafoglio. Sul marciapiede gli esclusi, gli sconfitti, quelli che non sono riusciti a salire, guardano i corpi pressati dentro al pullman e tirano un sospiro, non si sa bene se di sconforto o di sollievo. Tra 10 minuti passa un altro 13, se no c’è sempre il 56.

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