“Deu fua troppu tonta.” – I racconti di mia nonna

Priorissa, assistenti e relativi mariti davanti alla chiesa di Villasimius (Processione Candelora 1940 ca.) http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=590395

Priorissa, assistenti e relativi mariti davanti alla chiesa di Villasimius (Processione Candelora 1940 ca.)
http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&id=590395

Essere bambini sessant’anni fa non era facile. I nostri nonni spesso ci raccontano delle fatiche e delle sofferenze della loro infanzia, della guerra e della povertà. Paolina Boscu, mia nonna materna, è nata nel 1942 a Villasimius, un paesino nell’estremo sud della Sardegna. Dentro casa i pavimenti erano di terra battuta e il maiale dormiva in cucina, le scarpe erano un lusso per pochi e di solito si moriva di pustola. I suoi racconti però sono diversi da quelli degli altri. Sarà per il dono dell’autoironia, per la capacità di non prendersi troppo sul serio o forse per un diverso modo di vedere la vita, questo io non lo so. Quello che so è che le sue perle meritano di essere condivise anche con voi.

 

PACCHETTI SORPRESA

Quando mia nonna aveva dieci anni i bambini del paese passavano quasi tutto il loro tempo per strada. Se non gli veniva affidato qualche lavoro, occupavano i caldi pomeriggi con divertimenti semplici: le femmine giocavano a campana, i maschi costruivano fionde per abbattere i nidi degli uccelli o facevano a chi sputa più lontano. Tanto per svagarsi diversamente mia nonna Paolina e la sua amichetta Lillina De Plano avevano inventato un simpatico scherzo. In un paesino sardo nel 1950 il gabinetto, chiamato pinnetta, consisteva in un posticino riparato dietro casa con una bella buca e due assi per appoggiare i piedi. Gli escrementi restavano lì a seccare per giorni e giorni. Le due ragazzine confezionavano dei raffinati pacchettini in cui avvolgevano dei pezzetti di cagallone (credo lo capisca anche chi non sa il sardo), che poi lasciavano in terra per strada. Si nascondevano dietro la finestra di casa aspettando che passasse qualche curioso a raccogliere i regalini. Ricordando le facce dei malcapitati che scartavano i pacchetti mia nonna di 72 anni ancora ride a crepapelle. A casa mia la cacca di cristiano è sempre fonte di grandi risate ed è l’argomento che non può mai mancare in occasione delle riunioni di famiglia.

 

LA BOTTIGLIA

Quando in casa mancava l’olio lo si andava a prendere con una bottiglia vuota alla bottega di zia Maria Casula (zia e zio in sardo sono circa l’equivalente di signora e signore, sono appellativi che si usano per chiamare chiunque non sia un bambino, un proprio coetaneo o fratello). Un giorno mia nonna Paolina aspettava il proprio turno per comprare l’olio quando una ragazzina le passò davanti. Dopo essersi un po’ spintonate per tentare di conquistare il posto mia nonna perse la battaglia. Sconfitta e amareggiata decise di mollare un ultimo colpo: le diede la bottiglia in testa. La bottiglia non si ruppe, ma la testa sì. Zia Maria Casula esclamò: “Paolina, cosa hai fatto?!” Ma mia nonna era ormai lontana: appena visto il sangue era fuggita a gambe levate. La sorella maggiore della vittima dopo poco andò a cercarla a casa, fortunatamente in quel momento non c’era nessuno, solo la colpevole ben nascosta nella famosa pinnetta. Per molto tempo mia nonna evitò accuratamente le due sorelle, cambiando strada tutte le volte che le scorgeva e guardandosi bene dal passare davanti a casa loro. Ma il passare del tempo le fece dimenticare l’accaduto. Tre anni dopo si trovò casualmente a chiacchierare proprio con la maggiore delle due, la quale però non aveva dimenticato l’offesa. Prima di salutarsi e andare ognuna per la propria strada quella le diede due schiaffi, ricordandole: “Questo è per quando hai rotto la testa a mia sorella!”

 

INCASTRATA

La mia bisnonna, Ciccitta Diana, doveva rinvasare s’oll’e stincu, l’olio di lentischio, ma le mancava l’imbuto. Mandò Paolina a farselo prestare dalla zia. Mia nonna, che non aveva mai voglia di sbrigare questo genere di faccende, uscì di casa sbuffando. Quindi, quando per strada vide una canalina che spuntava da un muro, colse subito l’occasione per fare una stupidata: ci infilò il dito dentro. Logicamente il dito, una volta entrato, non volle più uscire. Più lei tirava per farlo uscire, più quello si gonfiava, peggiorando la situazione. Tutte le volte che qualcuno passava di lì, mia nonna, piena di vergogna, nascondeva la mano dietro la schiena fingendo aria disinvolta. Era passato già parecchio tempo quando la mamma spazientita andò a cercarla. Quando mia nonna la vide spuntare con una canna in mano lo spavento fu tale che il dito uscì miracolosamente. Scappò a prendere l’imbuto, tornò a casa, le prese di santa ragione e solo dopo raccontò alla madre cosa l’era successo, così ne prese ancora. Mia nonna dice sempre: “Deu fua troppu tonta.” (“Ero troppo stupida.”)

 

BEN DISPOSTA

A metà strada tra casa di mia nonna e il negozio di zia Maria Casula c’era una piccola cascina in cui erano allevate delle mucche. Il ragazzino che viveva lì per passare il tempo stava appostato fuori dal portone per tirare le pietre ai bambini che passavano. Mia nonna, che passava spesso di lì, era la sua preda preferita. Neanche correndo più velocemente che poteva riusciva a evitare la pioggia di ghiaia. L’unico modo per evitare lo sgradevole incontro era raggiungere il negozio passando da una strada molto più lunga, che girava intorno alle case del vicinato. Come avrete capito mia nonna era un po’ pigra e allungare così il percorso le scocciava parecchio. Un giorno sua madre la mandò a comprare una scopa, allora capì che quella era l’occasione giusta per regolare i conti: “Quel giorno sono partita ben disposta!” Mi ha raccontato. Dopo aver comprato la scopa, imboccò la via, sperando di trovare il ragazzino che l’aspettava. C’era! Lui cominciò a tirarle le pietre, ma a lei bastò averlo a portata di manico per riempirlo di legnate. Da allora non le diede più fastidio. A volte per risolvere i problemi basta una scopa.

 

Ce ne sarebbero ancora tante di avventure e disavventure da raccontare, me le tengo in serbo per un’altra volta!

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