A(social)i: una settimana senza Whatsapp, SMS e social network

Per una settimana, tre ragazze della nostra redazione hanno rinunciato a sms, Whatsapp e Facebook. Ecco com’è andata.

Sabrina

Ho trascorso una settimana senza usare SMS, Whatsapp nè alcun tipo di social network.

Questo esperimento ha confermato qualcosa che pensavo da tempo e che potrà risultare banale: i social non sono un male di per sé, il loro effetto su di noi dipende dall’uso che ne facciamo.

Usare molto Whatsapp non mi impedisce di chiamare un amico per sapere come sta o per parlargli di qualcosa di particolarmente importante, il fatto di poter leggere su Facebook che cosa hanno fatto i miei compagni di corso il sabato sera non mi impedisce di prendere un caffè con loro per farmelo raccontare. Non è colpa dei social se spesso al ristorante ci capita di vedere persone che non parlano tra loro ma tengono la testa china sul telefono. La colpa è nostra.

Molto spesso, però, la comodità dei social ci fa perdere di vista questo aspetto.

Fonte: Babycakes Romero, "Death of conversation"

Fonte: Babycakes Romero, “Death of conversation”

Durante la mia settimana “no social” mi sono ritrovata spesso a pensare “Potrei mandare questa foto divertente su qualche gruppo di whatsapp” oppure “Potrei mandargli un messaggio per dirglielo”. Ad un certo punto, però, ho iniziato a chiedermi “quanto è importante quello che ho da chieder/dire?”. Potevo semplicemente aspettare qualche ora per incontrare la persona che poteva darmele e lo stesso valeva per tutto quello che avrei potuto più “comodamente” scrivere ai miei amici su qualche gruppo.

Molto spesso mandiamo un messaggio pensando che in questo modo disturberemo meno chi lo riceve, perché potrà leggerlo in qualunque momento. Forse dovremmo chiederci più spesso se vale la pena “disturbare” qualcuno per tutto o se forse sarebbe meglio selezionare le domande e le informazioni. Dovremmo chiederci, “chiamerei questa persona per chiederle o dirle quello che sto scrivendo?” e regolarci in base alla risposta a questa domanda.

Molti dei miei contatti si sono molto probabilmente comportati in questo modo durante l’esperimento, infatti non ho di certo ricevuto un numero di mail o chiamate pari a quello dei messaggi Whatsapp o delle notifiche Facebook che si sono accumulate durante la settimana.

Non avevano niente da dirmi? Non credo. Semplicemente hanno selezionato ciò che era importante e ciò che non lo era, così come hanno scelto cosa meritava di essere detto di persona e per cosa bastava una chiamata o una mail.

In conclusione non credo che dovremmo tutti disconnetterci, ma semplicemente che avremmo bisogno di ricordare che quando comunichiamo non conta solo quello che diciamo, anche il mezzo che usiamo per farlo dice molto su di noi e sull’importanza che diamo al nostro messaggio.

Alessandra

Noia. Non mi ero mai resa conto di quanti momenti noiosi ci fossero in una giornata. Attese, code, treni in ritardo, brevi viaggi sull’autobus. Minuti, spesso caratterizzati dalla impossibilità di compiere qualsiasi azione veramente utile per la tua giornata. Oggi, tutti questi momenti esistono ancora, ma abbiamo imparato a riempirli con qualcos’altro: i nostri smartphone.

Stai aspettando alla fermata del pullman? Messaggio su Whatsapp. Sei in coda in posta e hai 15 persone davanti a te? Controlliamo le notifiche su Facebook. Lezione particolarmente noiosa all’università? Chissà qual è il trend del giorno su Twitter. Aspetti gli amici perennemente in ritardo per uscire? Selfie con hashtag accattivante su Instagram.

Personalmente, non sono una persona troppo “social”. Trovo Facebook uno strumento utile per rimanere aggiornati sulle ultime notizie e attraverso Whatsup mantengo i contatti con tutti i miei amici. Gli sms hanno reso le conversazioni molto più rapide rispetto ad una chiamata. Però, non ho mai utilizzato Twitter e Instagram, proprio per non essere troppo assuefatta dai social network.

Per una settimana, non ho utilizzato sms, Whatsapp e Facebook. E, sarò sincera, ho vissuto fasi di umore alterno.

(Credit Max Cavallari)

(Credit Max Cavallari)

Il primo giorno di “disintossicazione” ero nervosa, avevo aspettato per mezz’ora il treno e, dopo un’intera giornata di lezione, non avevo alcuna voglia di mettere gli occhi su altri libri. Il secondo giorno ero irritata, perché non avendo potuto controllare i messaggi su Whatsapp mi ero dimenticata di una riunione la sera. Il mercoledì ero in ansia: essendo partita la mattina per le lezioni, la mancanza delle persone che non potevo chiamare o vedere tutti i giorni cominciava a farsi sentire.

Ma, con il passare dei giorni, qualcosa è cambiato. Mi sono resa conto di quanto potere il mio smartphone avesse su di me, impedendomi di accettare che alcuni momenti dovessero essere noiosi o vuoti per forza e dandomi l’impressione che, avendo quell’oggetto tra le mani, stessi comunque occupando il tempo. Abbiamo inseguito la velocità per poter avere più tempo per vivere le nostre vite, ma ora che l’abbiamo ottenuta, non ricordiamo più come spendessimo il tempo prima.

Durante la settimana, a Porta Susa mi è capitato di alzare gli occhi sulla gente in attesa del treno e mi sono resa conto di quanto l’alienazione tecnologica fosse tangibile: gente con il collo ormai piegato a 40 gradi sul suo smartphone, che preferisce ridere del primo video stupido su Facebook che avere una conversazione con chi ha di fronte. Mi sono resa conto che, tra quel gruppo di persone, spesso c’ero anch’io.

Lungi da me demonizzare gli smartphone, anzi, ho aspettato con ansia la fine dell’esperimento, però ammettiamolo: gli smartphone sono ormai diventati la nostra droga legalizzata, sta a noi utilizzarli in maniera utile, senza lasciare che il loro effetto influenzi negativamente le nostre vite.

Alla fine della settimana, ho riaperto Whatsapp: c’erano 279 messaggi, ma di notizie realmente importanti ce n’erano poche. Su Facebook, a parte qualche compleanno e evento, non mi ero persa un granché. Sarà una banalità, ma le cose davvero importanti le avevo davanti agli occhi, non su uno schermino.

Giulia

Ebbene sì, ce l’ho fatta. La pensavo un’impresa molto più difficile di quella che è stata in realtà. Ho deciso di provare l’ebrezza del NO-SOCIAL: mi sono dimenticata di possedere un telefono munito di Facebook, Instagram, Messanger e Whatsapp. Come lo avessi cestinato, e, ad ora, penso di aver fatto la scelta giusta per quella settimana. Rivaluti molte cose: il tuo tempo, le tue parole e le tue amicizie.

Cominci a vivere davvero la quotidianità.

Fonte: http://csglobe.com/the-zombie-apocalypse-is-already-here-mindless-masses-do-whatever-theyre-told-then-invent-empty-logic-to-justify-it/

Non scorri nervosamente la home di Facebook mentre leggi un libro, leggi e basta! Non rispondi ai messaggi su Whatsapp mentre stai passeggiando, passeggi e basta! Non pubblichi una foto su Instagram mentre mangi un panino, mangi e basta! Questo Basta non sta a significare che quell’attimo non abbia valore, anzi conferma che quel momento lo vivi sempre solo a metà se ci aggiungi una buona dose di social. Sembrano banalità, ma in questa settimana ho imparato ad apprezzare di più le ore di dialogo davanti ad un caffè (e di caffè ne ho bevuti!).

Non tutto ciò che è social, tuttavia, può essere degenerante. Anzi, credo che per noi giovani oggi sia fondamentale comunicare con rapidità e quali applicazioni migliori di quelle prima citate ce lo permettono? Ma è importante sempre saperne fare buon uso.

Sicuramente deciderò di riprovare con la ‘disintossicazione da social network’ ma mai li abbandonerei del tutto comunque.

Mi permetto di aggiungere: ritorniamo a sfogliare le pagine della nostra vita, non scorriamole sull’ iBook.

Alessandra Cursio

Sabrina Quaranta

Giulia Rovezzi

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