Il 23 gennaio Carmagnola sta con la sposa

Buona notizia per i carmagnolesi.
Questa storia comincia il 20 ottobre 2013 con tre amici che decidono di prendere un caffè alla stazione di Porta Garibaldi a Milano: Gabriele Del Grande (giornalista italiano, autore del blog “Fortress Europe”), Khaled Soliman Al Nassiry (poeta e editore), e Tareq Al Jabr (poeta e traduttore). È un giorno come tanti, ma da quel normalissimo caffè nasce un progetto che oggi fa discutere centinaia di persone in Italia e all’estero: il film “Io sto con la sposa”, che il 23 gennaio verrà proiettato anche al Teatro Elios di Carmagnola, in una serata organizzata da sei associazioni carmagnolesi (Re.Co.Sol, Circolo Arci Margot, Il Karma di Ulysses, Corriere di Carmagnola, Consulta Giovanile Carmagnolese e Karmadonne).
Il colpo di scena, infatti, arriva quando le chiacchiere dei tre amici vengono interrotte da un giovane ragazzo palestinese, Abdallah Sallam, che chiede loro su quale binario si prenda il treno per la Svezia. I tre sanno che un treno per la Svezia non esiste, ma il loro primo impulso non è di farsi una risata, bensì di invitare Abdallah al proprio tavolo. Scoprono così che si tratta di uno dei superstiti della strage di imageLampedusa dell’ottobre 2013 che ora, come molti dei migranti che approdano in Italia, sogna di abbandonare il paese alla volta del nord Europa.
Davanti alla sua storia Gabriele, Khaled e Tareq decidono che vogliono e possono fare qualcosa.
Il primo passo è contattare un amico regista, Antonio Augugliaro, ed è proprio parlando con lui che nasce l’idea di inscenare un corteo nuziale che accompagni Abdallah e altri quattro irregolari palestinesi e siriani da Milano alla Svezia, filmando tutta l’esperienza per farne un film. Entrano così in scena Tasneem, una ragazza palestinese con passaporto tedesco, che si offre di interpretare il ruolo della sposa, e altri otto ragazzi italiani che si danno disponibili per partecipare al corteo. Inoltre si forma un gruppo di operatori per occuparsi della parte tecnica e delle riprese.
Così si parte: quattro giorni, circa tremila chilometri percorsi, poche ore di sonno e moltissime storie raccontate dai protagonisti stessi tra una frontiera e l’altra.
Gabriele Del Grande ha affermato che durante il viaggio tutti i partecipanti hanno condiviso “un grande rischio e un grande sogno”: se il gruppo fosse stato fermato per un controllo, infatti, i migranti avrebbero rischiato il prelievo delle impronte digitali e i loro accompagnatori di passare per contrabbandieri, con serie conseguenze giuridiche. Perché accettare un pericolo così alto? Per un sogno comune appunto: quello di cambiare la propria vita, ma anche la mentalità di un paese sulle cui coste muoiono centinaia di persone nel silenzio assenso di buona parte della popolazione.
“Siamo soggetti politici, possiamo cambiare le cose” afferma Del Grande, e, a giudicare dal successo del film, non sbaglia. I primi frutti erano già evidenti prima dell’uscita nelle sale, quando un altissimo numero di persone ha deciso di finanziare l’esperienza partecipando a una raccolta fondi del valore finale di 98.151 euro. In seguito le soddisfazioni non hanno fatto altro che aumentare, ad esempio io_sto_con_la_sposa_IMG_3349-657x360con la selezione per la Mostra del Cinema di Venezia, fuori concorso, in Orizzonti.
Proiettare questo film nella nostra città che, dopo aver ospitato i migranti “di ieri” dal sud Italia, oggi è diventata la casa di molti stranieri da tutto il mondo, ma nella quale non tutti accettano la convivenza con il “diverso”, è una presa di posizione. Non a caso il tema ha riunito così tante associazioni diverse, che hanno deciso di mettere il film e i suoi temi tra le proprie priorità.
Anche andare a vedere questo film, però, è una presa di posizione: significa tendere l’orecchio per ascoltare e provare a capire la storia di qualcun altro, anche se è radicalmente diversa dalla nostra.
Se non fosse stato per quel caffè, per le tante persone che si sono impegnate, a proprio rischio e pericolo, in questo progetto, per chi l’ha sostenuto con la raccolta fondi, per enti e associazioni che oggi decidono di proiettarlo nelle proprie città  e per tutti coloro che hanno deciso di andarlo a vedere, questo film non sarebbe esistito e queste storie, sopravvissute al mare e agli scogli, sarebbero rimaste sconosciute. Venire a vedere il film significa mantenerle vive e dire che questo viaggio verso una vita e un mondo un po’ migliore appartiene, in fondo, a tutti noi.

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