I retroscena dell’immigrazione: Somalia, tra i conflitti dimenticati?

In Italia l’argomento immigrazione è ormai all’ordine del giorno, tutti ne parlano e tutti si sentono in diritto di esprimere pareri, spesso frutto di spensierati e maldestri luoghi comuni. Quanti di noi però si soffermano veramente a riflettere su quali siano le cause che spingono tante persone a scappare dai propri luoghi d’origine? Quanti conoscono i motivi per cui sbarcano quotidianamente sulle coste italiane centinaia di rifugiati politici e di profughi richiedenti asilo? Vi parlo di conflitti, guerre civili e di religione senza tempo, situazioni che proseguono da così tanto tempo che per noi estranei risulta quasi impossibile capirne le vere cause scatenanti. A questo proposito la mia attenzione si concentrerà questa settimana sulla situazione della Somalia. Stando ai dati pubblicati dall’agenzia dell’Ansa all’inizio dello scorso febbraio, nel solo mese di gennaio 2014 sono sbarcati sulle coste italiane 2156 stranieri in relazione ai 217 dell’anno precedente. Nel 2013 sono sbarcati 9263 cittadini di origine somala e, facendo riferimento ai dati del mese di gennaio, possiamo immaginare come si siano modificati i numeri nel corso di quest’anno. Facendo riferimento ad una statistica pubblicata sul sito “comuni-italiani”  i cittadini di origine somala risiedenti in Italia dal 2006 al 2010 sono passati da 6414 a 8112 con un relativo aumento del circa 5%. Quali sono le vere cause che stanno alla base di questi dati? Proverò a riassumere qui di seguito alcune delle tappe fondamentali della guerra somala che si combatte sul suo territorio ormai da molto, decisamente troppo tempo.

Somali in Italia090203_somalia

1969-BACKGROUND. La Somalia è dagli anni ’70-‘80 in balia di una sanguinosa guerra civile, iniziata poco dopo il colpo di stato di Siad Barre nel 1969, con la formazione di gruppi di guerriglieri ostili al dittatore, e proseguita anche dopo l’estromissione di quest’ultimo nel 1991. Da allora lo Stato somalo non esiste praticamente più, ha solo visto contrapporsi diversi gruppi tribali e l’aggravarsi del conflitto, a cui si sono aggiunte terribili carestie. Nel 2004 il processo di pacificazione nel Paese sembrava finalmente quasi completato, con l’elezione da parte della IGAD (l’organizzazione politica e commerciale costituita dai paesi del Corno d’Africa) di un parlamento federale, con la nomina di un presidente ad interim, Abdullahi Yusuf Ahmed, e di un governo, denominato Governo Federale di Transizione (GFT). Si trattava però d’istituzioni deboli, perché di esse facevano parte quasi tutti quei “Signori della gcartina Somaliauerra” di Mogadiscio che si erano combattuti in quegli anni. Anzi, il Parlamento e il Governo non sono stati neppure frutto di una vera e propria elezione, ma di due anni di trattativa proprio tra i Signori della guerra, dei quali faceva parte lo stesso presidente. All’ormai quattordicesima conferenza di pace in Somalia sono anche intervenuti gli USA e l’UE. Nel febbraio 2006 i vari Signori della guerra si sono coalizzati contro Al-Qaeda e l’integralismo islamico tutto che vedevano come minaccia al proprio potere. Hanno eliminato leader religiosi e affiliati all’organizzazione terroristica fondata da Osama Bin-Laden. Da tale situazione sono nate in Somalia le Corti islamiche, con le quali il governo provvisorio ha cercato per ben due volte di siglare un accordo, attraverso la mediazione di IGAD, della Lega Araba, dell’ONU e naturalmente dell’Etiopia, che difendeva le forze governative senza successo, tanto che nel 2006 le truppe etiopi sono intervenute nel Paese proprio contro le Corti islamiche. Il conflitto ha visto di fatto sconfitta l’Unione delle Corti islamiche (UCI), ma ad essa è subentrato il famigerato gruppo islamico degli Al-Shabaab (“La Gioventù”), alleato di Al-Qaeda, il quale mira alla cacciata delle truppe straniere, al rovesciamento del GFT, nonché all’instaurazione nel Paese della sharia, la legge islamica.

 ULTIMI SVILUPPI. Gli Stati Uniti ce l’hanno fatta. Il 6 settembre i ribelli somali di Al Shabaab hanno confermato che il loro capo, Ahmed Abdi Godane, era stato ucciso pochi giorni prima da un drone statunitense. Godane, il leader di una delle più temute organizzazioni terroristiche africane, con una taglia di 7 milioni di dollari sulla testa, è una delle vittime più importanti della guerra globale al terrorismo dopo il leader di Al Qaeda Osama bin Laden. Un portavoce statunitense ha parlato di una “grossa perdita simbolica e operativa” per Al Shabaab. Il ministro somalo per la sicurezza nazionale l’ha definita una “splendida vittoria”. Nel frattempo il governo di Mogadiscio ha cercato di approfittare della confusione tra le fila del nemico per lanciare un appello ai miliziani affinché rinuncino alle armi. “E’ arrivato il momento di cambiare rotta” e smettere di essere “pedine di una campagna terroristica internazionale”, ha dichiarato il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud, offrendo “un’amnistia a chi, entro 45 giorni, rinuncerà ai legami con Al Shabaab e Al Qaeda”. È una scommessa rischiosa, e forse più una trovata propagandistica che una vera amnistia, visto che Mohamud l’aveva già tentata pochi giorni prima. Tuttavia è un’offerta significativa perché riconosce che i combattenti di Al Shabaab non sono tutti dei mostri, ma piuttosto le “pedine” di un conflitto che non è stato creato da loro. Alcuni potrebbero accogliere con favore l’idea di ripartire da zero. D’altra parte, Al Shabaab non ha perso tempo e ha nominato subito un nuovo leader, lo sconosciuto Ahmad Umar, smentendo le previsioni secondo le quali il gruppo, una volta perso il leader, sarebbe stato dilaniato da lotte interne. La morte di Godane è avvenuta mentre la guerra in Somalia entra in una nuova fase. All’inizio di settembre è partita l’ultima offensiva congiunta delle truppe governative e della missione e dell’Unione africana in Somalia (Amisom). L’obiettivo è riconquistare il territorio controllato da Al Shabaab e permettere ai civili di accedere agli aiuti umanitari anche nelle aree controllate dai miliziani estremisti islamici. I soldati dell’Amisom saranno sicuramente incoraggiati dall’idea di approfittare della presunta debolezza di Al Shabaab, e si spera che riusciranno ad alleviare gli effetti della carestia che sta devastando molte aree agricole del paese.

Una battaglia etica. Per avere successo, però, i militari dell’Amisom dovrebbero assicurarsi di mettere ordine innanzitutto tra i loro ranghi. L’8 settembre l’ong Human rights watch ha pubblicato un rapporto sugli abusi sessuali commessi dai soldati dell’Amisom a Mogadiscio. Il documensomalito descrive sei casi di aggressione sessuale e quattordici di sfruttamento denunciati da donne somale, facendo notare che questa potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. “Alcuni soldati dell’Amisom hanno usato gli aiuti umanitari per costringere donne e ragazze vulnerabili ad atti sessuali. Le donne intervistate hanno raccontato di essere state avvicinate con la proposta di sesso in cambio di soldi, o violentate mentre chiedevano assistenza medica o acqua nelle basi dell’Amisom, in particolare in quella del contingente burundese”, si legge nel rapporto. I soldati stuprano e saccheggiamo da migliaia di anni, ma oggi le cose dovrebbeor essere cambiate. La missione Amisom deve rispettare le leggi internazionali che vietano esplicitamente queste attività e i suoi capi dovrebbero fare di tutto per tenere a freno i comportamenti illeciti dei soldati. Oltre alle considerazioni legali, i generali africani dovrebbero farne anche una strategica: maltrattare i civili è controproducente quando si vuole costruire la pace. Trascurare il benessere della popolazione fa apparire cattivi quelli che dovrebbero essere i buoni, e offre ad Al Shabaab un efficace strumento per reclutare combattenti. Com’è emerso negli ultimi vent’anni di conflitto, non è possibile raggiungere la pace in Somalia solo con la forza delle armi. L’Amisom potrà anche avere le armi più potenti, ma finché le sue truppe e il governo provvisorio non saranno inattaccabili dall punto di vista morale, faticheranno a combattere il fascino ideologico esercitato da Al Shabaab e da altri gruppi. Questo è un problema che nemmeno i droni statunitensi sono in grado di risolvere.

Fonti                                                    

http://www.comuni-italiani.it/index.html

www.fusiorari.org

Internazionale 1068 – 12 settembre 2014

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