Ammaniti regista: l’India e il suo richiamo spirituale

Il 26 Novembre 2014, lo scrittore Nicolò Ammaniti si è rivelato anche un grande regista. In seguito ai suoi romanzi diventati film, ha deciso di lanciarsi in un progetto che gli avrebbe permesso di sfidare se stesso. La data prima riportata è quella dell’uscita del suo primo (e spero non ultimo) documentario The good life, presentato da Nanni Moretti al suo Nuovo Sacher . Lo scrittore ha vissuto per qualche tempo in India e, nel suo film, racconta di tre italiani che hanno lasciato tutto in Occidente per cominciare una nuova vita e compiere un viaggio spirituale in Oriente.  “Io racconto storie inventate dalla prima all’ultima parola. In questo caso, andando dietro la macchina da presa, quello che mi interessava fare era l’opposto” così spiega il regista.

I tre protagonisti del reportage si sono lasciati alle spalle l’Italia degli anni settanta, un paese devastato che non dava ai giovani le speranze per un futuro sicuro. L’intenzione dello scrittore, è anche quella di studiare la storia della nostra nazione da una prospettiva completamente diversa. Come forse tutti noi, anche Nicolò Ammaniti porta nel suo cuore una parte d’India, quasi come se si sentisse legato a quella terra senza riconoscerne un apparente motivo. Emanuele Trevi, che ha collaborato con Ammaniti nella realizzazione del documentario, nel libretto scrive che il mal d’India esiste già dal lontano Cinquecento, è un sentimento comune alla maggior parte degli uomini che, nel tentativo di evNiccolò-ammaniti-india_980x571adere dalla civiltà, si rifugiano dove nulla c’è e dove la spiritualità e l’analisi interiore sono la quotidianità.

Le storie che si intrecciano nel film narrano di due veneti, Shiva Das e Erin, che hanno raggiunto l’India per allontanarsi dalla società capitalista e da quello stile di vita fricchettone. Baba Shiva Das, con la sua lunga chioma intrecciata di fiori, è partito da Vicenza per trovare la sua dimensione a Varanasi, sulle rive del grande fiume. Poi Erin, trevigiano, nomade e pioniere per vocazione, che con la moglie Francesca e cinque figli ha girato il pianeta prima di fermarsi nella regione dell’Himalaya dove ora costruisce case con 11 ragazzi di strada che ha adottato. E poi vi è un terzo personaggio Baba Giorgio, torinese, cristiano fervente che all’età di quindici anni ha sentito una voce che lo spingeva a partire e senza pensarci due volte si è lanciato in questa meravigliosa avventura. E’ proprio di lui che voglio parlarvi. Ho avuto la fortuna di venire a conoscenza della sua storia da amici di famiglia, lontani parenti di Giorgio Saccheggiani (questo è il vero nome di Baba Giorgio). Era un ragazzino quando ha sentito la ‘chiamata’, eppure a soli 14 e mezzo è riuscito a raggiungere l’altro continente, prima in autostop, poi insieme ad una caro9788807741258_quarta.jpg.448x698_q100_upscalevana hippie. Ora vive in un paesino arroccato del Jammu e Kashmir ed è custode del tempio. Ma il suo percorso, come quello degli altri due individui, non è stato per niente semplice: un’infinità di prove di sopravvivenza, tra cui 41 giorni di totale digiuno e sotterrato a qualche metro senza vedere la luce per un lungo periodo. La famiglia dall’Italia, intanto disperata piangeva la scomparsa di Giorgio. Lui non aveva lasciato alcuna traccia e per trent’anni non ha mai detto nulla alla madre, nè dove si trovava, nè se stava bene. Infatti, i genitori, per qualche tempo hanno cercato di dimenticare il figlio e di illudersi che mai ne avevano avuto uno. Ma arriva il giorno in cui, convinto da un sacerdote della sua comunità, Giorgio scrive una lettera e la indirizza ai familiari in attesa di una risposta. E’ stato così che la madre ha deciso di riabbracciare il figlio dopo una vita passata distante da lui e ha volato fino in India per dormire, nel tempio, con il ragazzo che non ha potuto veder crescere.

Tutti e tre non hanno rimpianti: ai loro occhi l’Italia che si sono lasciati alle spalle quasi quarant’anni fa era bigotta, violenta e autoritaria, l’India un miraggio di pace e libertà. Un’Italia, quella degli anni Settanta, congelata  che ormai esiste soltanto nella memoria di chi se n’è andato senza più tornare. Ammaniti mai si esprime in prima persona, lascia raccontare a questi stimabili personaggi che si sono sradicati dalla loro terra d’origine, ma che non l’hanno mai dimenticata.

Ancora oggi, nonostante il trionfo di una concezione turistica del mondo intero, l’India resta un richiamo alle nostre origini, da indoeuropei quali siamo, dove certe culture sono rimaste incontaminate dalla civiltà.

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