Referendum costituzionale: cosa votiamo?

A ottobre siamo chiamati a votare per riformare il Senato e la legge elettorale voluta da Renzi e dal ministro Boschi. Le ragioni del sì e del no.

Non si è ancora conclusa la stagione elettorale del 2016, infatti dopo il referendum sulle trivelle, le elezioni amministrative gli italiani si dovranno esprimere in autunno sul “referendum costituzionale” voluto dal premier Renzi e dal ministro Boschi. Ancora molti dubbi sui diversi quesiti su cui si dovranno esprimere gli italiani e su quali reali conseguenze ci saranno dopo il voto. Un quesito complesso e variegato (tanto che si è parlato di spacchettamento: cercare di proporre più domande su cui gli elettori referendum-costituzionale-costituito-il-comitato-dei-“tre-no”-33726possano esprimersi in modo diverso) che ha diviso la stessa sinistra e che vede, secondo gli ultimi sondaggi, la maggior parte degli italiani ancora titubanti su come votare, condizionati dalla difficoltà di capire in profondità il quesito referendario. Questo sarà comunque un referendum importante in quanto, a differenza degli altri, infatti non sarà necessario il raggiungimento del quorum. Diversamente dal referendum abrogativo, non servirà il 50 per cento dei voti più uno e, a prescindere dal numero di partecipanti, vincerà l’opzione che avrà ottenuto la maggioranza dei voti. Si tratta di una materia trasversale che interessa tutti gli schieramenti politici ed ideologici e che, per la natura dei quesiti su cui si è chiamati a scegliere, riguardanti regole epocali per la nostra società, richiede un’attenta riflessione prima del voto. Una riflessione non semplice. Il referendum costituzionale è molto importante perché si deciderà se cambiare oppure no alcuni punti cardine del testo della Costituzione, quindi è opportuno arrivare al voto preparati e consapevoli, senza farsi trascinare da una politicizzazione dello scontro, sia in un senso che in un altro, che rischia di falsare l’espressione della sovranità popolare: l’Italia cesserà di essere un paese dove vige il “bicameralismo perfetto” (Camera e Senato), cioè la parità di ruolo e competenze tra le due camere, saranno modificati i rapporti tra Stato e Regioni e saranno introdotte tutta un’altra serie di modifiche come quelle sull’elezione del presidente della Repubblica e sull’istituto del referendum. Vediamo i punti più importanti. Riforma del Senato: la parte più importante della riforma riguarda il Senato, che tra le altre cose non dovrà più dare la fiducia al governo e non si occuperà più di gran parte delle leggi, che saranno di competenza esclusiva della Camera. Chi critica la riforma dice che questo cambiamento rischia di dare troppo potere al governo (molti parlano addirittura di “svolta autoritaria”), visto che soltanto la Camera potrà determinare la caduta di un governo. In molti però, come i 56 costituzionalisti che hanno scritto una lettera aperta a favore del “no” al referendum, respingono le critiche di “autoritarismo”, limitandosi a notare che i veri problemi che la riforma potrebbe causare nascono più che altro dall’unione della riforma del Senato con la nuova legge elettorale, il cosiddetto “italicum”. La nuova legge elettorale prevede un significativo premio di maggioranza alla Camera che viene assegnato al secondo turno delle elezioni (è probabilmente l’unico caso al mondo di una legge elettorale che prevede un secondo turno tra forze politiche differenti invece che tra candidati). In questo modo la legge potrebbe finire con l’assegnare il premio a una forza politica con una bassissima rappresentanza nel paese, che controllando la Camera potrebbe legiferare in completa autonomia: anche se un partito rappresenta il 25% dei votanti ma vince al ballottaggio, si accaparra il 54% dei seggi. Le competenze del Senato: sulla maggior parte delle leggi sarà soltanto la Camera a dover decidere, eliminando così la cosiddetta “navetta”, cioè il passaggio della stessa legge tra Camera e Senato che oggi capita avvenga anche più di una volta, visto che le due camere devono approvare leggi che abbiano esattamente lo stesso testo. La “navetta” è un prodotto del “bicameralismo perfetto”, un’istituzione che possiede solo l’Italia in tutta Europa. Secondo alcuni questo cambiamento – a lungo auspicato da costituzionalisti e politici di ogni schieramento – è reso dalla riforma in maniera confusa. Alcuni hanno notato come l’attuale articolo 70 della Costituzione, che stabilisce la competenza legislativa di Camera e Senato, è composto da nove parole: “la potestà legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Quello nuovo previsto dalla riforma invece è lungo 363 parole. Questa complicazione rischia di produrre conflitti di competenze tra le camere e ritardi nell’approvazione delle leggi. Chi difende la riforma sostiene che anche gli eventuali conflitti che potrebbero sorgere, soprattutto nei primi anni, non possono essere paragonati alla lentezza legislativa che comporta per sua natura il bicameralismo perfetto. La scelta dei senatori: il nuovo senato avrà 100 membri, di cui 74 saranno consiglieri regionali, 21 saranno sindaci e 5 saranno nominati dal presidente della Repubblica (gli ultimi avranno un mandato della durata di 7 anni). Il metodo con cui saranno eletti i 74 consiglieri regionali e i 21 sindaci non è ancora stato deciso: servirà una legge che determini esattamente come avverrà la loro elezione ma sembra probabile che questi non vengano eletti dai cittadini ma dal parlamento.Molte polemiche su questo punto: Altre polemiche su questo punto sono dovute al fatto che la riforma continua a prevedere l’immunità parlamentare per i senatori (quindi, dicono i critici, i consigli regionali invieranno al Senato i loro “colleghi” che rischiano di essere processati: ma questo non succederà se saranno gli elettori a scegliere chi mandare in Senato). Chi difende la riforma ricorda che la Costituzione prevede che il Senato abbia competenze legate alle Regioni, e che riduca notevolmente il numero dei parlamentari, una cosa che gli elettori chiedono da tempo. Titolo V: la riforma prevede una forte riduzione delle competenze delle Regioni e, in teoria, una maggiore chiarezza sui ruoli di Stato e autonomie locali. L’attuale Titolo V, la parte della Costituzione che regola questi rapporti, riformata nel 2001, è da molti considerata poco chiara e causa di moltissimi contenziosi. Secondo i critici, però, la riforma rischia di non semplificare la situazione e portare ad altrettanti contenziosi in futuro. Per esempio è previsto che lo stato possa occuparsi di materie di esclusiva competenze regionale quando è in gioco l’interesse nazionale: stabilire come e quando l’interesse nazionale sia in gioco potrebbe essere in futuro una forte fonte di contenziosi. A proposito di questo, come di altri rischi, Renzi ha ammesso che ci sono alcuni punti che andranno chiariti, ma sostiene che si tratta comunque di un passo avanti rispetto al passato. Riduzione dei costi: uno degli slogan usati dal governo per promuovere il sì al referendum è che con la riforma si “taglieranno le poltrone” e si “risparmieranno soldi”. La ragione di queste affermazioni è che con la riforma si aboliranno definitivamente le province (che spariranno dal testo della Costituzione) e i senatori saranno ridotti di numero (passeranno da 320 a 100) e non percepiranno uno stipendio, ma probabilmente il rimborso spese e la diaria di trasferta. Non sono state fornite stime esatte sull’ammontare di questi risparmi, ma si calcola che possano essere nell’ordine di poche centinaia di milioni di euro, su un bilancio pubblico di circa 800 miliardi di euro. In diverse occasioni Renzi ha detto che i “tagli alle poltrone” non produrranno risparmi significativi, ma che gli effetti economici della riforma si vedranno soprattutto grazie alla semplificazione dell’iter legislativo grazie alla fine del bicameralismo perfetto. Unico punto di accordo tra i sostenitori del sì e quelli del no è che, nonostante la necessità di una riforma costituzionale nel nostro paese, quella proposta è una riforma non completa, quindi gli italiani sono chiamati a decidere tra il volere una riforma a tutti i costi e cambiare la Carta fondamentale delle leggi dello Stato oppure aspettare un altro testo per ridare un nuovo volto a una Costituzione, che nel bene e nel male sopravvive da 70 anni. Come sempre dipende dai cittadini, e il loro voto, ora più che mai, segnerà il futuro della nostra Italia.

 

Pierpaolo Boschero

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