Padre Miguel: questa economia è ingiusta, va cambiata per il bene degli uomini

Dopo alcuni anni è tornato in Italia per alcuni giorni don Michelino Pessuto, sacerdote dell’arcidiocesi di Torino, 77 anni, da 38 missionario in Argentina, prima a General Bel- grano, poi a Formosa, che per molti anni, prima di partire missionario, è stato viceparroco presso la parrocchia di Salsasio. Per gli amici e i carmagnolesi è stato molto toccante incontrare Padre Miguel, in quanto oltre a ricordare i “vecchi tempi” con la sua viva testimonianza si sono potuti capire i problemi in cui vive il popolo argentino. Ma è stato anche l’occasione di poter fare due chiacchiere sul grande amico di Don Michelino, Papa Francesco Bergoglio, che nei sui anni in Argentina ha incontrato più volte quando era vescovo nel Paese sudamericano. Riportiamo a seguire l’interessante intervista fatta da Domenico Agasso Jr. proprio a don Michelino Pessuto, in occasione della sua visita in Italia.

“Papa Francesco è un gesuita che vive da francescano, concretizza l’ideale di semplicità del Santo “Poverello” di Assisi. È anche un grande “guastafeste” dei potenti, in particolare quelli disonesti”. Infatti “a Buenos Aires il 13 marzo 2013 c’è stato chi ha esultato alla sua elezione non per la gioia di vedere il proprio Arcivescovo diventare Papa, ma perché significava non averlo più “tra i piedi”. Sto parlando di alcuni politici, anche molto “in alto””. Don Pessuto è un prete che vive la sua vocazione con stile “bergogliano”: abita in una piccola stanza dove ha l’essenziale e forse neanche; si è costruito “un letto con scalpello, martello e pialla”; veste (pochi) abiti semplici. Soprattutto, è da sempre schierato e attivo dalla parte dei poveri, “degli ultimi“. Dei “Cristi crocifissi“. Adesso che non è più parroco, ma “emerito” (ha superato i 75 anni), abita “in periferia”, dove ha edificato con le sue mani una chiesa di 20 metri per 25. Lui stesso si definisce un “estremista“, che ha anche “esagerato“. Una volta lo hanno invitato a una manifestazione sindacale perché testimoniasse il consenso della Chiesa a quella iniziativa: si era presentato con una croce di legno e aveva detto, o meglio, tuonato al microfono: “O venite a pregare davanti a questa croce per basare tutto su Cristo, oppure bruciatela e vi cuocete le costine”.

Padre Miguel denuncia continuamente le malefatte dei politici e dei proprietari terrieri, e per questo “mi hanno minacciato più volte, mi hanno detto di stare attento, ma io non ho paura”. Ha l’impressione “di avere l’account di posta elettronica e il telefono controllati” dai suoi nemici con i “colletti bianchi“, in particolare quelli toccati dalle sue denunce contro la corruzione. Ma lui in questa battaglia contro l’ingiustizia continua senza timori a usare “l’arma” che ha la Chiesa: la parola. Le sue omelie sono famose per la concretezza e il radicamento nella vita quotidiana delle persone: “La mia metodologia di predicazione è semplice: parto dalla realtà, che pone interrogativi, e rispondo con la Parola di Dio; poi, concludo con un impegno da prendersi e che mi prendo io per primo. Secondo me non c’è bisogno di dire che la Madonna è Vergine – aggiunge un esempio – ma devo io come Lei lottare per non farmi vincere dalla tentazione e dal peccato: non posso essere “immacolato”, ma imitarla un pochino sì”.

Va da sé che un prete così sia in sintonia con papa Francesco ora, e con l’arcivescovo di Buenos Aires cardinale Jorge Mario Bergoglio prima: “Fin dalle prime volte che l’ho ascoltato parlare da Pontefice mi sono trovato “a mio agio” con il suo pontificato. In particolare per la sua insistenza sulle “periferie”: perché noi sacerdoti dobbiamo andare verso le periferie più estreme, in tutti i sensi, sia territorialmente sia spiritualmente. La Chiesa mai può dimenticarsi di proteggere gli ultimi e i più deboli”.

Racconta un aneddoto: “Nel 2008, quando era presidente della Conferenza episcopale argentina, Bergoglio è stato da noi alcuni giorni. Io avevo una questione delicata da porgli relativa a una congregazione religiosa, e così gli ho parlato; nei giorni seguenti appena mi vedeva mi chiamava – “Miguel! Miguel!” – perché voleva continuare il discorso. Poi non l’ho più incontrato, fino a quando la settimana scorsa ho concelebrato con lui la Messa mattutina a Casa Santa Marta. Sono andato a salutarlo e gli ho detto: “Sono padre Miguel di Formosa”, e lui: “Ah sì!”, e mi ha ricordato il tema che avevamo trattato sette anni prima. Una memoria impressionante”.

P. Miguel ha espresso compiacimento a Francesco per “quello che ha detto nella sua visita a Torino, in particolare ai giovani. E sa come ha reagito lui? “Oh ma lassa perdi!”, che in piemontese significa “lascia perdere!”, si è schernito così. Ecco la sua celebre umiltà”.
“È umile – don Pessuto descrive così il Papa – semplice, generoso, allegro, vicino alle persone, impegnato strenuamente a favore dei più deboli e bisognosi”. E si dice “non stupito” del “coraggio che il Papa sta dimostrando una volta di più con le parole scomode e battagliere espresse nel viaggio in America Latina per denunciare le malefatte dei potenti della terra ma anche della Chiesa, e indicare la via da percorrere per il bene dell’uomo, di tutti gli uomini”. In particolare sottolinea due passaggi del Pontefice: “Questa economia è ingiusta, uccide, va cambiata“; un’economia giusta “deve creare le condizioni affinché ogni persona possa godere di un’infanzia senza privazioni, sviluppare i propri talenti nella giovinezza, lavorare con pieni diritti durante gli anni di attività e accedere a una pensione dignitosa nell’anzianità”. Don Michele non è stupito perché “già da Arcivescovo Bergoglio era schietto e diretto. L’autorità politica ce l’aveva con lui perché viveva e applicava il cristianesimo come insegnamento sociale perfetto, e per le sue continue denunce pubbliche contro la corruzione degli amministratori”. Così, era “famoso e apprezzato dalla gente, ma da alcune autorità mal sopportato: mi riferisco a molti politici, a cominciare dall’attuale presidente Cristina Fernández de Kirchner. Questi personaggi erano infastiditi dai richiami alla coerenza, all’onestà e alla sobrietà di un Arcivescovo che per primo dava l’esempio: viveva in semplicità, girava in bus pubblici o in metro, andava a visitare le villas miserias, le baraccopoli. Diceva le cose come stavano, senza paura. Ecco perché nella capitale argentina molti “colletti bianchi” hanno esultato e stappato bottiglie all’elezione a Papa di Bergoglio: non per la gioia, ma perché significava esserselo tolto di mezzo”.

Intervista di Domenico Agasso jr – La Stampa – Vatican Insider – Domenica 12 luglio 2015

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