Televisione: la Nostra storia, guerra ’15-’18

Caro papà Emanuele Bersagliere!!
Guardando una trasmissione televisiva dedicata alla Prima Guerra Mondiale, ho visto quello che tu mi raccontavi, ho sempre pensato a te che vivevi in quelle trincee fangose quando pioveva e non avevate nessun riparo.
Sembrava anche a me di essere nell’acqua e fango senza possibilità di cambiarsi di abiti per diversi giorni. Ho vissuto la tua paura nell’andare all’assalto con la baionetta puntata in cima al fucile; ho visto gli occhi sbarrati di ragazzi ventenni che avrebbero dovuto infilzare il nemico, ragazzi come loro, sebbene classificati nemici. Ho visto mitragliatrici nemiche che falciavano tutti quelli che passavano in valichi obbligati. Mi raccontavi che uno di voi fece un lungo giro per fermare un mitragliere, dopo lesse la sua scheda e seppe che era padre di quattro figli e questo rattristò tutti anche se è stata un’azione audace e meritevole. Si era nella sconfitta di Caporetto, quante volte hai detto questa frase.
Ti vedevo ferito nasconderti sotto il corpo dei tuoi simili per non essere ucciso da quelli che passavano di lì per finirli. Il grido era una solo: Mamma, anche se a casa avevano moglie e bambini, il suo grido e la richiesta d’aiuto e d’amore. Mi ricordo con molta lucidità che mi raccontavi di essere stato operato senza anestesia all’ospedale da campo.
Lo scalpello doveva far saltare l’osso della spalla per estrarre la scheggia di piombo grossa come una nocciola, che noi conserviamo insieme alla croce e medaglia al merito assegnatoti dallo stato.
Muti passarono quella notte i fanti, tacere bisognava e andare avanti, il Piave mormorò non passa lo straniero.
E noi gridiamo: mai più la guerra!

 

Agnese Avalle

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