Rifugiati: un futuro equo e giusto

Sono diversi editoriali che parlo della grande emergenza dei profughi e immigrati. Ho sempre pensato e scritto che non vi sarebbero stati muri o frontiere che avrebbero fermato chi non aveva nulla da perdere: quando non hai la possibilità di
sfamare i tuoi figli, quando le bombe e i missili non ti permettono di sapere se riuscirai a vedere il domani, quando ormai
rimanere dove sei nato non ti offre più alcuna speranza e sei stato costretto a dimenticare ogni dignità umana, non ti rimane che giocarti il tutto per tutto e partire nella speranza che ci possa essere un futuro.
Infatti, “Chi crede che si tratti di un fenomeno transitorio, destinato a spegnersi nei prossimi mesi, magari quando le bella stagione sarà passata, si sbaglia di grosso: per la semplice ragione che stiamo assistendo a un’emergenza planetaria che durerà ancora a lungo, addirittura venti anni, una generazione intera…” A dirlo non è un’organizzazione umanitaria, ma un militare, forse il più potente della terra: il generale Martin Dempsey, capo degli Stati maggiori riuniti del Pentagono.

Ecco perché non si potrà fermare questa “invasione dei disperati”: quando anche la tua stessa vita non ha più un senso, tanto vale rischiare il tutto per tutto. Lo ha capito anche Angela Merkel che nel giro di poche ore è passata da essere “la cancelliera di ferro” che faceva piangere la bambina immigrata dicendole che non per tutti c’era posto, a statista lungimirante che accoglie coloro che soffrono.

Quando poi arrivi sulle coste della Turchia ed è il console di un Paese europeo (Francia) a venderti gommoni e salvagenti, non vedo perché questi disperati non debbano attraversare il mediterraneo per cercare una nuova possibilità.
Ma non tutti ce la fanno.

Nessuno dimenticherà la foto di Aylan Kurdi, sulla spiaggia di Bodrum . Aveva 3 anni e fin dalla sua nascita la sua vita è stata contraddistinta da fughe in cerca di libertà e di fortuna. Scappava dalla guerra assieme alla sua famiglia e cercava di raggiungere l’Europa. Ma la sua strada si è interrotta. È morto insieme al fratello Galip, 5 anni. In questo drammatico panorama internazionale, è la politica che muove le scelte e ne determina le conseguenze. Conseguenze che si riversano su tutti noi. Tutto dipende dalle scelte della politica, sia per l’aspetto dell’accoglienza dei profughi e immigrati, sia per le cause che portano questi disperati ad abbandonare i propri paesi. Basta domandarsi per quale motivo la comunità internazionale rimane inerte dinnanzi al massacro perpetrato quotidianamente dalle truppe leali al Presidente Assad? Perché il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non ha adottato una risoluzione analoga a quella che ha permesso l’intervento militare in Libia a sostegno del Consiglio Nazionale di Transizione? Perché la Lega Araba continua a sperare nel successo del piano di pace di Kofi Annan, anziché intervenire militarmente in Siria a sostegno dei ribelli e della popolazione civile?

La risposta a questi quesiti richiede un’accurata analisi del contesto in cui dovrebbe realizzarsi l’intervento della comunità internazionale. L’attuale Presidente siriano, Bashar al-Assad, appartiene al gruppo religioso degli Alawiti: un gruppo sciita caratterizzato dall’ortodossia islamica. Oltre alla Siria gli Alawiti detengono il potere in Iran,che è uno dei più grandi finanziatori e protettori della Siria e al contempo è il 4° Paese che produce più petrolio al mondo. Ciò induce molti Stati, fra cui la Cina e Russia, a proteggere l’Iran considerato come il principale alleato in funzione antioccidentale.
Perché dopo quattromila morti, sedicimila feriti, un milione di profughi, e quasi 20 milioni di persone condannate alla fame e alla sete (ma molto lontani dalle nostre frontiere e quindi non alla ribalta delle cronache), dopo 130 giorni di bombardamenti e crimini di guerra (come ha denunciato Human Rigths Watch), nessuno interviene nella guerra che l’Arabia Saudita ha dichiarato allo Yemen? Il vero motivo della carneficina yemenita è uno solo, come hanno rivelato i documenti pubblicati da Wiki- leaks, sottratti con un’azione di hackeraggio ai danni del ministero degli esteri di Ryhad: occupare il sud dello Yemen alla ricerca di un nuovo sbocco petrolifero nel Mar Arabico.
Perché quando la guerra era in Kosovo, Croazia e Serbia o nella guerra del golfo si parlava di “guerra giusta” e allora tutti intervennero? Forse perché la ricostruzione dopo la guerra è toccata proprio alle industrie di quegli Stati che hanno fornito armi e truppe.
La verità è che migliaia di civili adulti donne e bambini muoiono, vengono imprigionati, torturati e abusati sessualmente mentre il mondo sta a guardare. Migliaia di innocenti bombardati e fatti saltare in aria da governi e opposizioni in nome della democrazia. E a loro non resta, per poter salvare la propria vita, che abbandonare tutto per cercare di arrivare in quei Paesi che proprio sulla democrazia sono fondati. Ma occorre che proprio la politica internazionale smetta di guardare agli interessi immediati e incominci a fare sul serio per cercare di gestire questa realtà. Non sono per la guerra, né giusta né ingiusta, ma sono per un intervento e una forte posizione dell’ONU in queste zone.
Un’azione sopra le parti e sopra gli interessi che abbia un unico obiettivo: garantire a tutti gli uomini un futuro di giustizia ed equità.

Pierpaolo Boschero

“Respingere gli immigrati è un atto di guerra.
Chiediamo perdono per le persone e le istituzioni che chiudono la porta a
questa gente che cerca vita, una famiglia, che cerca di essere custodita”
Papa Francesco

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