Non far finta di nulla

Il voto in aula è appena incominciato e il cammino è ancora lungo.
Era inevitabile che in un Stato laico e democratico come l’Italia, si arrivasse ad un punto in cui non si poteva più far finta di nulla. Far finta che il problema non esistesse. Questo è un modo tutto italiano di affrontare quelle situazioni che in qualche modo interrogano nel profondo la società. Quelle realtà in cui non contano i soldi, le strategie politiche o le logiche industriali, ma in cui entra in gioco l’amore.
Già l’amore.
Quel sentimento difficile da catalogare che ti può stravolgere, ma anche annientare e con cui spesso abbiamo difficoltà a rapportarci. Difficile perché non riusciamo a dominarlo, non riusciamo a coglierne le logiche e le cause. Non riusciamo a capire quale sia il suo vero significato e la sua vera importanza. Spesso il discorso sull’amore è razionale: serve, è bello ma astratto. Ne parlano tutte le religioni, in particolare quella cristiana e quindi è sicuramente una cosa buona. Ma ci è difficile comprendere perché ha tante, troppe e spesso impensabili, sfaccettature. E questo ci destabilizza, ci fa paura. Tanto che preferiamo a volte, lasciarlo nel mondo delle nostre fantasie. Ma è soprattutto quando vediamo come l’amore possa stravolgere e rendere felice chi, dell’amore ne è avvolto, che ci manda nel panico, che non capiamo, che ci sembra impossibile, che è meglio far finta di nulla e continuare a vivere come sempre abbiamo fatto.
Ma arriva un giorno che occorre fare i conti con questa realtà. Occorre fare i conti, in quanto oggi possiamo con un click vedere e conoscere quello che molte altre persone stanno vivendo in Italia e nel mondo e molti si domandano: perché quello che è un diritto in una parte del mondo non lo è in Italia?
Ormai è palese che esistono e hanno la loro “normale vita di relazioni” nuove forme di “famiglia“: esistono per lo Stato e lo Stato deve garantire i loro diritti. Diritti che devono essere trasversali alle correnti di pensiero, e proprio perché sono dei diritti, lo Stato non può arrogarsi la pretesa di discriminare e sancire per legge che esistano “famiglie buone” e “famiglie meno buone” (e che le prime contino più delle seconde).
Certe questioni non basta nasconderle sotto il tappeto o far finta che non esistano nella speranza che si risolvano da sole. Basta pensare alla legge Merlin del 1958 in cui si è dichiarata illegale la prostituzione, sperando così che questo “male” che affliggeva la società potesse risolversi. La realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti, e oggi, a distanza di quasi sessant’anni lo Stato Italiano preferisce far finta che il problema non esista, piuttosto che regolamentarlo.
Lo abbiamo già vissuto nel 1974 con il referendum sul divorzio e nel 1981 con quello sull’aborto, quando alcuni movimenti pensavano ad una sommossa popolare democratica pur di abrogare leggi che regolamentavano situazioni e diritti che molti italiani stavano vivendo ormai da tempo.
Questioni difficili, spesso dolorose, che segnavano la vita delle persone ma che non si poteva far finta che non esistessero. Occorreva che uno Stato stabilisse delle regole per affrontare queste situazioni, e così è accaduto.
Oggi la società e con essa le famiglie si sono trasformate: è ormai consuetudine convivere prima del matrimonio, è ormai una realtà che vi siano molte famiglie di uomini e donne separate in cui interagiscono figli e figlie di entrambe le coppie come lo sono unioni di persone dello stesso sesso che vivono e interagiscono ogni giorno con altre coppie eterosessuali.
Non possiamo pensare che nuovi modi di essere famiglia, oltre a quella “tradizionale” non esistano e che quindi sia illegittimo che uno Stato definisca delle regole. Ed è per questo che non condivido le manifestazioni che si sono succedute nelle scorse settimane: la questione non è essere gli uni contro gli altri, semplicemente perché non esiste un noi e un loro. Il punto è rivendicare gli stessi diritti, quelli sì che devono essere trasversali, perché lo Stato non può rendersi complice di una discriminazione. L’errore di molti è proprio questo: rivendicare una discriminazione, contrapporre le famiglie “buone e giuste” a tutte le altre, arrogarsi il diritto di dire quello che le famiglie tradizionali magari neanche pensano: ovvero che loro contino più delle altre.
Che la mia Chiesa, o almeno una parte di essa, si esprima sul valore della famiglia tradizionale, lo capisco. Che voglia imporre ad uno Stato il suo modo di pensare non lo condivido. Perché arrogarsi il potere di giudicare i sentimenti delle persone? Perché non stabilire dei criteri su cui valutare “l’amore” sia delle famiglie tradizionali e che di quelle “non tradizionali”? Perché pensare di poter giudicare le persone solo per il semplice motivo che il loro modo di “amare” è diverso dal nostro e non lo comprendiamo? Perché devo dire per legge che un bambino è “sicuramente” più felice in una coppia etero che una coppia gay? Sono sicuro che per loro è più importante il diritto di essere felici, di vivere sereni, di essere curati, di studiare e istruirsi, di passare del tempo libero felici senza che nessuno possa giudicarli in base a che tipo di famiglia gli conceda queste tutele.
Spero proprio che si arrivi ad approvare i diritti per tutti coloro che si amano. L’importante è non far finta di nulla.

 

Pierpaolo Boschero

I nostri diritti
non sono altro che i doveri degli altri nei nostri confronti.

(Norberto Bobbio)

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