La coscienza che non fa audience

Il mestiere del giornalista non è facile, non lo è mai stato e, oggi, è ancora più complicato cercare e dare le notizie in quanto, alcune volte, queste vengono messe in secondo piano e ci si concentra sui “perché” quel giornalista ha puntato la sua attenzione su quell’argomento.

Quindi non mi hanno stupito le tante polemiche che sono sorte dopo l’intervista fatta da Bruno Vespa al signor Salvatore Riina,
figlio del famoso boss mafioso Totò. E lo sapeva bene anche lo stesso Vespa (e con lui i vertici della RAI) quando ha deciso di intervistarlo: già un mare di polemiche sono emerse quando lo stesso conduttore intervistò alcuni membri della famiglia Casamonica. Il figlio del boss, invitato per presentare il suo libro sulla vita di suo padre, ha ricordato i sedici anni accanto al padre latitante, l’immagine di Totò Riina dinanzi al televisore che trasmetteva le stragi di Capaci e via D’Amelio, i silenzi in una famiglia che sapeva e non parlava. Durante l’intervista, Salvo Riina si è rifiutato di rispondere alle domande di Vespa su Falcone e Borsellino (è meglio ricordare che la magistratura ha accertato che fosse stato proprio Riina il mandante degli attentati) e nessuna presa di distanza dai molti delitti del padre, nonostante i ripetuti inviti del giornalista.

La tv è uno strumento più potente della parola scritta e il pubblico della tv si presume più fragile di quello dei giornali. In passato è successo spesso che alcuni giornalisti facessero interviste che sono rimaste nella storia, basta pensare ad Oriana Fallaci che intervistò tantissimi personaggi scomodi tra cui Gheddafi, e l’ayatollah Khomeini (capo politico e religioso dell’Iran negli anni 80-90) o come fece Enzo Biagi quando intervistò personaggi scomodi per l’Italia di allora come l’ex brigatista Alberto Franceschini e Michele Sindona, il finanziere massonico poi coinvolto in inchieste di mafia e corruzione e mandante di molte stragi che hanno colpito l’Italia di quegli anni. Interviste famose che sono diventate capisaldi del giornalismo perché esempio di stile, professionalità e “voglia di arrivare alla verità” che questi giornalisti avevano nel loro DNA.

Per questo non mi ha stupito quando ho saputo che il “Figlio del boss dei boss” veniva intervistato: noi giornalisti abbiamo il compito proprio di “entrare ” in contatto anche con quelle persone o vicende che non sempre ci possono piacere.
Quello che proprio non mi è piaciuto sono stati i toni e la conduzione dell’intervista. Un Bruno Vespa quasi reverenziale, a volte impacciato difronte al “mutismo” del suo invitato nel giudicare le azioni di suo padre. Certo nella televisione ogni cosa è possibile, anche perché la scelta poi è del telespettatore che, se non apprezza, cambia canale. Ma non occorre mai dimenticare chi abbiamo davanti e cosa rappresenta. Don Luigi Ciotti, cittadino onorario di Carmagnola e da sempre in prima linea contro le mafie, ha commentato:

“Per me è molto importante alzare il tono della voce, abbiamo bisogno di verità, non di creare enfasi su storie che hanno fatto soffrire il nostro Paese. A Libera aderiscono alcune migliaia di familiari delle vittime innocenti delle mafie a cui sono stati strappati i loro affetti. Il 70per cento di queste persone non conosce la verità. Ci sono tante altre occasioni per far conoscere le mafie, non c’è bisogno di far fare la passerella a personaggi come il figlio di Riina. Mi disturba tutto questo palcoscenico che gli si dà. Lo rispetto nei suoi affetti ma vedere questa pubblicità umilia la storia di tante persone”.

Ha ragione don Luigi, l’intervista a Salvo Riina non ha fatto emergere cosa è la mafia e di quali delitti si è macchiata in decenni di stragi, ma è stata “una passerella” mediatica in cui l’obiettivo era l’audience della trasmissione e il ritorno che questo avrebbe potuto avere in termini di pubblicità.
Che nostalgia per le interviste “vere” di Biagi con il suo “Il fatto” o di Oriana Fallaci all’ayatollah Khomeini quando, durante le domande lo apostrofò come “tiranno” e si tolse il chador che era stata costretta ad indossare per essere ammessa alla sua presenza; l’irritato Khomeini fece riferimento alla giornalista in un discorso successivo, chiamandola “quella donna” e indicandola come esempio da non seguire. Per me è stato proprio “un brutto momento di giornalismo” quello di Vespa, perché la sua attenzione non si concentrata sulla “verità” ma sulla “sensazionalità” e, come dice ancora Don Ciotti, bisogna fare attenzione a questo tipo di giornalismo: “dall’inganno della memoria di circostanza non ha che conseguenza un nuovo modo di vedere la realtà: quello che nasce dall’anestesia delle coscienze, dalla caduta del senso etico e dello spirito critico”.
Ma la risposta degli italiani non si è fatta attendere, almeno di una parte di loro. Infatti in moltissime librerie, specie in quelle non legate ai grandi gruppi editoriali, è apparso subito dopo l’intervista un semplice cartello, a volte scritto a mano: “In questa libreria non si vende il libro di Salvatore Riina”.

Pierpaolo Boschero

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