Je suis Charlie

Erano passate poche ore da quando la sede del settimanale satirico Charlie Hebdo di Parigi era stato attaccato da terroristi che in nome di Allah avevano ucciso dodici persone, tra cui il direttore, quando ho ricevuto una telefonata da un lettore del Corriere:

“Ciao Direttore, sono davanti alla TV a guardare con orrore quello che è successo a Parigi e… ho pensato a te. Tutto Bene? Hai già pensato cosa scrivere? Ma voi in redazione, siete tranquilli, sereni?”.

Dopo aver tranquillizzato il gentile lettore, devo dire che la telefonata mi ha fatto molto piacere, ma anche molto pensare. E’ la prima volta in quindici anni di Corriere di Carmagnola e venti di attività giornalistica che ricevo una telefonata di questo tono. Mi fa molto pensare perché evidenzia come si sta diffondendo una “paura” che si sta insinuando nelle nostre vite. Una paura che trova le sue radici nella possibilità di poter essere colpiti, ora più che mai. Ho il timore che si torni come negli anni settanta, quando tornando da scuola, chiedevo a mia mamma “Chi hanno ucciso oggi?”. La spaventosità dell’attentato nella redazione del Charlie Hebdo non si discute. Un atto criminale contro la libertà di stampa, critica e satira, della quale molti si dicono sostenitori, per quanto a corrente alternata, cioè quando politicamente conviene. Un attacco “al cuore della quotidianità” dove la serena vita degli uomini viene messa in discussione in modo drammatico.
Questo attacco colpisce proprio la nostra identità di “occidentali”, perché ora più che mai abbiamo paura di trovarci in casa una guerra. Quella guerra che da decenni altri popoli, altre persone, vivono quotidianamente.
Perché non dobbiamo dimenticare che, proprio mentre a Parigi morivano i giornalisti di Charlie Hedbo, quasi 2.000 persone venivano uccise, sempre in nome di Allah, dai terroristi di Boko-Haram in Nigeria e due giorni dopo, lo stesso gruppo jihadista, mettevano attorno al pancino di una bimba di 10 anni una cintura piena di tritolo che hanno fatto detonare in un mercato uccidendo 20 persone.
copertina Corriere Gennaio 2015Uccisi gli attentatori, manifestato in decine di piazze con milioni di manifestanti, è passato velocemente il cordoglio per le vittime: come sempre accade, dopo, si apre il dibattito. L’Europa si ritrova, all’improvviso, dopo sett’anni “in guerra” come molti hanno sottolineato, e molti illustri colleghi, politologi, studiosi della geopolitica del medio oriente e esegeti del Corano, hanno espresso le loro più disparate posizioni. Da chi ormai non vede scampo, la guerra è dichiarata, a chi ha visto in questo atto una logica conseguenza della linea editoriale del giornale: “Se la sono cercata”, “Sapevano a cosa sarebbero andati incontro”, “Sono responsabili delle proprie azioni e di ciò che hanno pubblicato”. Da chi non ci vede chiaro nelle dinamiche dell’attentato ipotizzando oscuri scenari internazionali a chi attacca: “L’Islam è pericoloso, ci sono milioni di persone in giro per il mondo e anche sui pianerottoli di casa nostra pronti a sgozzare e a uccidere”.
Un dibattito in cui vorrei inserirmi e dire anche la mia.
Ritengo che per poter analizzare quello che è accaduto, non si possa prescindere dal contesto culturale e religioso in cui ci troviamo a vivere, non si possa fare a meno di confrontarsi sulla visione del mondo che queste realtà hanno.
Noi cristiani, abbiamo ormai dimenticato le barbarie di quando secoli fa combattevamo e uccidevamo in nome di Dio. Grazie al dibattito culturale, al confronto tra teologia e secolarizzazione, abbiamo iniziato un cammino di
incarnazione della Parola di Dio all’interno della Storia dell’uomo: Dio parla agli uomini di oggi, incarnando nella
storia del XXI secolo le parole e l’esempio di Cristo. Questo cammino l’Islam non lo ha ancora iniziato, se non nella realtà concreta in cui i suoi fedeli vivono in questo tempo: le parole del Profeta, contenute nelle Sure del Corano, non sono state oggetto di teologie che cercano di radicarle nella realtà storica di oggi.
Ed è qui a mio avviso che avviene lo scontro: l’occidente che vede la ragione del suo esistere nella supremazia della libertà individuale non può convivere con un mondo che, invece, la vede nell’affermazione del dogma religioso indiscutibile. La prima prospettiva concepisce una società che sia sottomessa all’uomo, al suo servizio. La seconda prospettiva concepisce una società che sia sottomessa a Dio. Lo scontro tra questi due modi di interpretare la vita quotidiana lo si ha quando vengono scritte le leggi e le norme che ne regolano la vita stessa. Molti ambienti islamici in questi giorni hanno preso le distanze dai radicalismi che motivano il terrorismo, ma fino a quando questi stessi ambienti non abbandoneranno, coi fatti non solo a parole, questi massacratori; fino a quando non saranno in grado di riflettere, per trarne le conseguenze, che “oggi è un tempo nuovo e diverso” e che dunque le radici restano ma le foglie si rinnovano ogni anno, si avrà comunque sempre il sospetto che combattere gli infedeli sia legittimo.
A prescindere da come la si pensi, è legittimo il diritto di Charlie Hebdo a manifestare il proprio pensiero. Ed è altrettanto legittimo il sentimento di umiliazione o affronto che un credente possa provare davanti ad alcune vignette del settimanale francese. Talmente legittimo da potersi rivolgere ad un giudice per vedere tutelati i propri diritti. Ciò che non è legittimo e che non ha, non solo giustificazioni, ma nemmeno ragioni o motivazioni è l’attacco terroristico, l’omicidio indiscriminato, la barbarie perpetrata a danno di cittadini innocenti.
Per questo mi ritrovo nelle parole di Papa Francesco, che vede come unico atteggiamento possibile in questo momento, la condanna ad ogni forma di violenza ingiustificata e inumana: dobbiamo prendere le distanze dai massacratori di Charlie Hebdo, senza essere buoni, ma possibilmente giusti.
Diversamente la paura di essere in guerra si farà ogni giorno sempre più reale.

 

“Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia,
ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita
perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente”.

Voltaire

Pierpaolo Boschero

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