Il Gramellini dei poveri

Il mio editoriale del numero scorso ha suscitato un certo scalpore e dibattito, in particolare sui social network. Vi riporto, perché mi coinvolge in prima pesona, il post di Fratelli d’Italia AN di Carmagnola (che pubblico per correttezza), che mi ha definito il “Gramellini dei poveri”.

Oltre al fatto che esprimere opinioni è ancora possibile in Italia, devo dire che mi ha fatto piacere essere accostato al noto giornalista de “La Stampa” di Torino e ad una particolare classe sociale. Essere paragonato ad uno dei più noti opinionisti italiani non fa che confermare come questo spazio che tutti i mesi propongo ai lettori ha comunque un ruolo importante per la crescita delle idee e la formazione dei dibattiti. Essere poi accostato ai “poveri” non fa che accrescere questa mia convinzione, in quanto sono proprio loro che hanno bisogno di esprimere quello che spesso nessuno vuole sentire.

Molto meno piacere mi hanno fatto gli insulti e le cattiverie alla mia persona e ai miei famigliari che hanno seguito le considerazioni della sezione carmagnolese del partito di destra: una conferma che le idee possono ancora oggi scatenare i peggiori istinti umani. Detto questo volevo continuare a discutere su questo tema, anche alla luce dell’accoglienza che Carmagnola ha deciso di avviare per i 36 rifugiati provenienti prevalentemente da Nigeria e Costa d’Avorio. Queste “persone in difficoltà” saranno ospitate in alloggi messi a disposizione da una associazione di volontariato, con l’aiuto di Prefettura, Croce Rossa e altri enti.

Un avvenimento che ha scatenato molti commenti negativi e i più “bassi istinti” in un buon numero di carmagnolesi, scagliandosi apertamente con frasi ingiuriose e commenti che non possono essere riportati sulle pagine di un giornale, contro chi ha voluto dare ospitalità a queste persone che sono dovute scappare dai loro Paesi perché in guerra (ricordo solo le stragi che quotidianamente avvengono in Nigeria).

Sarebbe facile per me fare un “predicozzo” sul valore della fraternità, sull’accoglienza, sulla solidarietà che tutti gli uomini devono avere verso i propri fratelli, anche se questi hanno un colore della pelle diverso dal nostro. Mi sarebbe facile, perché parte del mio bagaglio culturale, rivolgermi ai cristiani che alla domenica siedono nei banchi delle nostre chiese e poi il lunedì scendono in piazza contro queste persone invitandole a tornare nei loro paesi, dimenticando le parole del Dio che loro venerano che diceva: “Ero forestiero e mi avete ospitato (Mt.25, 31-46)“. Ma nulla di questo.

Che l’integrazione a Carmagnola, come in molte altre città, con persone di colore non sia facile, questo è indubbio. Non abbiamo un passato in cui, a causa delle colonie straniere, la presenza di persone con il colore della pelle diverso sul nostro territorio è diventato quotidiano (come avviene in Francia o Inghilterra). Ma se non posso fare un’analisi di come è stata questa integrazione (perché è appena iniziata), mi ricordo molto bene di un’altra integrazione che negli anni della mia gioventù è stata molto difficile e che molti oggi dimenticano. Negli anni 70, quando ho iniziato ad andare alle scuole medie a Carmagnola, ho provato sulla mia pelle le difficoltà di una integrazione tra culture e modi di vita diversi (in questo caso il colore della pelle era uguale). Prendere il pullman con i ragazzi di Via Avigliana, certi giorni non era uno scherzo. E anche giocando a calcio si correvano dei rischi. Borgo Salsasio, dove risiedevo, aveva 4-5 squadre di calcio, e già noi, che abitavamo nel palazzo Ternavasio in cui vi erano molti immigrati dal sud Italia, eravamo visti come “la periferia” del borgo e accettati “con riserva” dai borghigiani doc. Ma prima di andare a giocare contro la squadra di via Busca ci si pensava su molte volte in quanto presentava spesso qualche rischio. E che dire delle figurine che venivano richieste da qualcuno del Palazzo del Sole per non “avere” problemi a scuola? Eppure siamo cresciuti insieme. Oggi quei ragazzi di ieri me li trovo a scuola alla riunione dei genitori: anche i nostri figli cresceranno insieme. E per loro è incomprensibile la frase “torna al tuo paese“.

Non sanno che fino a pochi anni fa un partito che ora chiede i voti al Sud faceva i manifesti contro i “terroni“. Allora non c’erano i gommoni, ma c’erano le macchine e i treni (molti ricorderanno “La freccia del sud” il nome dato ad un treno che partiva da Agrigento e arrivava a Milano dopo oltre 24 ore e che è stato abolito solo alcuni anni fa) che portavano i “meridionali” al settentrione con le valigie di cartone. Quei “terroni” , con cui da ragazzi a volte faticavamo a intenderci, ora sono diventati amici, cognati, colleghi, vicini di casa. Se qualcuno proponesse, oggi, di “rimpatriare” meridionali e veneti verrebbe preso per pazzo. Eppure pochi anni fa era, non diciamo un programma politico (perchè anche allora nessuno ci credeva davvero…) ma era certamente uno slogan agitato con una certa enfasi.

Certo erano altri tempi, la crisi non c’era a Carmagnola, ma c’era in tutte quelle regioni del sud che hanno dato i natali ai genitori di molti dei carmagnolesi che oggi manifestano e chiedono ad alta voce “Tornate al vostro Paese“. Sono sicuro che, quei “terroni” di un tempo, non possono che dire grazie a coloro che gli hanno dato la possibilità di dimostrare il loro valore e integrarsi. La storia non dimentica. Ma occorre che anche la storia non venga dimenticata.

 

“Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna (Mt.25,31-46)”.

Pierpaolo Boschero

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