Il dovere e la vergogna…

Sono ormai 126 anni che si celebra la festa del lavoro, quel lavoro su cui si fonda la nostra Repubblica e che ci permette di produrre ricchezza e sostentamento. Negli ultimi anni questa festa, sempre meno sentita, sicuramente dopo la scomparsa delle grandi ideologie, sembra essere stata dimenticata nella “concretezza della realtà” specie da alcuni lavoratori. Mi riferisco ai “quotidiani” interventi che le forze dell’ordine fanno nei confronti dei cosiddetti “furbetti del cartellino”: quei dipendenti pubblici che al posto di essere assidui al loro posto di lavoro trovano una serie di “escamotage” per poter coltivare in orario lavorativo le proprie passioni: da chi andava in canoa a Sanremo mentre il suo collega in mutande passava i badge, ai dipendenti dell’ASL di Avellino, che dopo aver timbrato una decina di cartellini insieme salutavano le telecamere di sorveglianza alzando il dito medio. E questo solo per fare alcuni esempi.

Ma senza andare a cercare molto lontano anche Carmagnola è stata oggetto di questo malcostume. Infatti nelle settimane scorse il personale di alcuni uffici è stato messo sotto inchiesta per presunte irregolarità e un dipendente comunale sembra non fosse sul posto di lavoro dopo aver timbrato il cartellino.

Il condizionale è d’obbligo in questi casi, almeno fino a quando la procura e i giudici non avranno stabilito la realtà dei fatti. Ma di fronte alle notizie carmagnolesi molti sono quelli che hanno commentato dicendo: “Non sono mica gli unici “. Sarà, ma finché non si avranno gli approfonditi accertamenti non potremo dare dei giudizi o fare illazioni. Certo è che, se qualcuno sa, ha il dovere civico di dirlo a chi di competenza.

Di fronte a questa situazione sono tanti i pensieri che mi frullano in testa. Chi, come me, lavora in aziende private e ha ruoli di responsabilità, di fronte a queste situazioni nelle aziende pubbliche, si domanda: “Ma possibile che non ci sia un capo che controlla questi dipendenti? Possibile che se un dipendente non è in ufficio per le classiche assenze previste dai contratti (ferie, permessi, malattia o assenze autorizzate) non debba giustificare la sua assenza al suo responsabile? Forse la risposta a queste domande è da ricercare nelle diverse “aspettative e funzionalità” che i lavoratori sembrano dover corrispondere in questi due emisferi del mondo del lavoro: se un’azienda privata dimensiona il proprio organico in base ai suoi volumi di produzione, il settore pubblico, al contrario, non determina un preciso rapporto tra quantità dei servizi erogati e quantità di mano d’opera.

Mentre nell’impresa privata la certezza del lavoratore sul suo posto di lavoro è vincolata da precise funzioni che gli vengono commissionate e da precisi obiettivi che deve raggiungere durante la sua giornata di lavoro, nel settore pubblico, al contrario, non si determina un preciso rapporto tra quantità dei servizi erogati e quantità di personale impiegato, lasciandolo alla discrezionalità burocratica (e spesso ad un clientelismo politico) la fornitura dei servizi che eroga, nonostante ci siano precisi obiettivi lavorativi da raggiungere.

Cerco di spiegarmi meglio. Se nel settore privato è il sistema stesso di produzione che ha bisogno dell’addetto per poter funzionare, nel settore pubblico, sembra che l’addetto possa anche non essere presente perché l’attività da svolgere è indefinibile, e in alcuni casi come risulta dai recenti avvenimenti giudiziari, nulla.
Al di là della gravità dell’assenteismo, ciò che viene dimostrato dal dipendente assenteista è che, se anche esso stesso fosse al lavoro, poco cambierebbe, se non nei servizi alle persone per cui è stato assunto. Servizi alle persone che, spesso, sono caratterizzati da lungaggini e cavilli burocratici che sfuggono ad ogni logica razionale e portano inevitabilmente ad una “rassegnazione” nel cittadino. Perché per una richiesta di visita cardiologica fatta al CUP (centro unico di prenotazione) della nostra ASL mi è stato dato appuntamento dopo 11 mesi dalla richiesta e per un verbale di un incidente stradale ho dovuto aspettare due mesi per un foglio scritto al PC di ben 6 righe? Possibile che quel cardiologo abbia visite ogni giorno per undici mesi (mentre a pagamento ho trovato dopo due settimane) e i vigili urbani fossero così impegnati che ci sono voluti ben 60 giorni per poter scrivere quelle sei righe?
Ovviamente sono tante le eccezioni che confermano la regola e molti addetti pubblici che svolgono con coscienza e dedizione il proprio lavoro, pagano le conseguenze dei loro colleghi disonesti, quando vengono lasciati soli in balia delle pratiche e degli utenti arrabbiati agli sportelli. E’ evidente che la de-responsabilizzazione dei dipendenti pubblici parte dall’alto: parte da quei funzionari che permettono un simile andazzo, talvolta avallati anche dalla politica. Ma anche dalla percezione che la cosa pubblica sia di “tutti e di nessuno”. Un andazzo talmente generalizzato da non destare alcuna preoccupazione né ai piani alti né a quelli bassi della pubblica amministrazione, giustificato dalla banalità del “tanto così fan tutti”. Il magistrato Davigo, parlando dei politici ha affermato che: “I politici non hanno smesso di rubare. Hanno smesso di vergognarsi”, forse quello che serve in questa “povera Italia” è una sferzata etica, in cui la vergogna torni ad essere il tormento di chi non compie il proprio dovere.

Pierpaolo Boschero

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